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Bivacco Lago Nero: dove la montagna diventa famiglia

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Il nostro lettore, Antonino Bottino, ci invia questo scritto sul Bivacco "Lago Nero" che condividiamo con chi ci segue.

Bivacco Lago Nero: dove la montagna diventa famiglia

Il nostro lettore, Antonino Bottino, ci invia questo scritto sul Bivacco “Lago Nero”, nel pistoiese, che condividiamo con chi ci segue.

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Un bivacco, un lago e un modo diverso di abitare la montagna. Quando le candele prendono il posto del sole.

La sera, al Bivacco Lago Nero, accade qualcosa di antico e fragile. Il sole scivola via dietro i crinali e l’aria si fa più sottile, più fresca, quasi cristallina. La luce del giorno si spegne piano, senza rumore, e lascia spazio a quella tremolante delle candele. Non illuminano davvero: scaldano. I volti si fanno più vicini, le parole più lente. L’aria profuma di legno, di fumo di stufa, di coperte e di storie appena sussurrate. Ogni candela accesa sembra ricordare che il tempo, qui, scorre in modo diverso: lento, umano, condiviso. Fuori, il Lago Nero trattiene l’ultimo riflesso del cielo; dentro, comincia un’altra forma di presenza, fatta di piccoli gesti, sguardi, sorrisi silenziosi. È in questi attimi sospesi che si capisce quanto un luogo non sia solo fatto di pietre o di legno: è plasmato dalle persone che lo abitano, giorno dopo giorno. Senza il tocco, le scelte, i sorrisi, le stanchezze e le passioni di chi lo custodisce, questo bivacco non sarebbe ciò che possiamo vivere oggi. Sarebbe semplicemente un rifugio tra i monti, ma non un’esperienza da portare con sé.

Tra le montagne, dove tutto si riduce all’essenziale

A 1730 metri di altitudine, nella conca naturale sotto l’Alpe Tre Potenze, alla sommità della Valle del Sestaione, il Bivacco Lago Nero sorge sul margine dell’omonimo lago. Le coordinate geografiche possono essere precise, ma non raccontano ciò che davvero accade qui. Perché questo non è solo un punto sulla mappa: è un luogo che ti attraversa e ti lascia qualcosa dentro. I bivacchi nascono per necessità, non per comodità. Sono presìdi essenziali, spazi di passaggio pensati per offrire riparo, ascolto, umanità. Non promettono servizi, ma presenza. Non chiedono consumo, ma rispetto. In montagna, dove tutto è ridotto all’essenziale, anche le relazioni lo diventano. Ed è qui che il Bivacco Lago Nero trova la sua voce più autentica: non è il luogo a rendere magica l’esperienza, ma ciò che le persone ci mettono dentro.

Il cuore pulsante: chi lo custodisce

A tenerlo vivo sono i volontari. Persone diverse, con storie diverse, che non portano solo turni o mansioni, ma pezzi della propria vita. Il proprio modo di accogliere, il proprio silenzio, le proprie domande. Ognuno lascia qualcosa di sé, e questo rende l’ambiente sorprendentemente familiare. Non esiste un’unica maniera di gestire il bivacco, perché non esiste un’unica maniera di essere umani. Ed è proprio questa pluralità imperfetta a fare casa. Senza il plasmarsi dei volontari — le loro imperfezioni, i loro entusiasmi, la loro dedizione — il bivacco non sarebbe ciò che possiamo vivere oggi. Sarebbe solo un edificio tra i monti, non un’esperienza viva, calda, capace di lasciare un segno.

Come si entra, come si esce

Chi arriva lo percepisce subito. Senza che venga spiegato, senza cartelli. Gli ospiti, spesso stanchi per il cammino, entrano con passo discreto e, poco alla volta, si ritrovano a fare altrettanto: a dare. Una mano, una parola, una presenza. Si condividono storie, risate, silenzi, come se il tempo si comprimessero tutti in quell’istante sospeso tra un tramonto e il buio. Il bivacco diventa una grande famiglia temporanea, dove ognuno prova a offrire il meglio di sé, sapendo che non tutto filerà liscio. Ci saranno piccoli disguidi, incomprensioni, stanchezze. Ma anche questo fa parte della vita condivisa. Come nelle famiglie vere, non è l’assenza di problemi a unire, ma il modo in cui li si attraversa insieme. Il luogo, di per sé, è già magico: l’acqua ferma del lago, il silenzio che non pesa, il cielo che sembra più vicino. Il vento che scivola leggero tra le cime, il rumore di un ramo che si piega, le ombre che si allungano sul pavimento del bivacco. Ma sono le persone a trasformare quella magia in qualcosa che resta. Qualcosa che ti accompagna anche quando scendi a valle. Qualcosa che ti ricorda chi sei quando la montagna e il cammino ti hanno messo di fronte a te stesso.

Il valore del volontariato

Tutto questo è possibile grazie allo stato di volontariato. Il volontariato non è ciò che manca di un prezzo, è ciò che ha un valore diverso. È una scelta. Un modo di abitare la montagna che non misura in termini di guadagno, ma di senso. È il filo invisibile che tiene insieme chi arriva e chi resta, chi si ferma per una notte e chi custodisce il luogo ogni giorno. Per questo, quando si avverte l’odore del lucro insinuarsi in ambienti così delicati, il cuore si stringe. Perché snaturare il cuore pulsante di luoghi come questo significa renderli uguali a tanti altri, togliere loro ciò che li rende vivi. Farli diventare “come altri”. E la montagna, quando perde la sua umanità, resta solo un panorama.

Il dono più grande

Ma finché ogni viandante, ogni escursionista, ogni persona che varca quella soglia ne esce con un sorriso e con la consapevolezza che ciò che rende magico questo posto è il modo in cui viene vissuto e custodito, allora questo rischio resta lontano. Finché si comprende che qui non si viene solo a dormire, ma a condividere, il Bivacco Lago Nero continuerà a essere ciò che è: una piccola patria di calore umano tra i monti, un luogo dove si impara a dare, a ricevere e a sentirsi parte di qualcosa di più grande. Si arriva con lo zaino pesante e il pensiero altrove. Si riparte un po’ più leggeri, con qualcosa in più dentro. Si porta via il ricordo di voci basse, di coperte condivise, di candele tremolanti che sembravano accendere l’anima. E poi, come in ogni ciclo che si rispetti, le candele si spengono. Il buio si dissolve, il silenzio lascia spazio al canto del vento tra le cime. Il sole ritorna a illuminare tutto: il lago, il bivacco, il cammino. Resta l’eco di ciò che è stato vissuto, il calore delle presenze, e la consapevolezza che la montagna non è solo da attraversare, ma da abitare. Anche solo per una notte.

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