“Il cibo scotta”: il nuovo rapporto dell’associazione Terra
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“Il cibo scotta” è il nuovo report dell’associazione Terra, dedicato all’impatto della crisi climatica sui lavoratori e sulle aziende agricole.
«Oggi il cambiamento climatico sta trasformando il modo in cui produciamo il cibo e in cui lavoriamo la terra» spiegano dall’associazione Terra Aps. «Gli effetti sull’agricoltura sono visibili e gli aspetti più rilevanti degli scenari al 2050 riguardano tre fenomeni specifici: la redistribuzione stagionale e geografica delle piogge; l’inasprimento della competizione per l’acqua tra usi civili, agricoli e industriali; l’intensificazione degli eventi estremi».
Ma gli effetti non sono uniformi né lineari. Un riscaldamento moderato può produrre benefici temporanei per alcune colture e in alcuni territori, ma oltre determinate soglie termiche e idriche le rese possono diminuire rapidamente, come si legge nel rapporto. Nelle aree costiere, l’innalzamento del livello del mare può inoltre aumentare il rischio di erosione e di intrusione salina nelle falde e nei terreni agricoli.
Il Mezzogiorno e le Isole risultano particolarmente vulnerabili alla scarsità idrica, alle temperature elevate e alla minore capacità economica di assorbire gli shock. Nella Pianura Padana, l’intensità produttiva, il crescente fabbisogno irriguo, lo stress termico degli allevamenti e l’esposizione a precipitazioni intense rappresentano fattori di rischio altrettanto rilevanti.
Il clima sta anche trasformando il lavoro agricolo. I braccianti e i lavoratori agricoli sono tra i gruppi professionali più esposti. Svolgono attività fisicamente impegnative, spesso sotto il sole, in luoghi dove è difficile trovare riparo e dove non sempre è possibile interrompere o rinviare le lavorazioni. A questi elementi si aggiungono la stagionalità, la diffusione di rapporti di lavoro discontinui o informali, la scarsa conoscenza dei rischi e, in alcuni casi, condizioni abitative che accentuano l’affaticamento invece di consentire il recupero.
Con una nota del luglio scorso, l’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha ribadito che il rischio da stress termico deve essere oggetto di una specifica valutazione da parte del datore di lavoro. Dunque, l’agricoltura è uno dei settori più esposti al cambiamento climatico, con un impatto molto più marcato di quello osservato sull’economia nel suo complesso e produce almeno due costi. Da un lato aumenta i danni alle produzioni; e dall’altro obbliga le imprese a sostenere nuovi investimenti per adattarsi.
Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) individua 28 misure di adattamento specifiche per l’agricoltura: 23 appartengono alla categoria “soft” — conoscenza, formazione, consulenza, governance del rischio — mentre cinque comportano un investimento vero e proprio, quattro infrastrutturali e uno basato su soluzioni ecosistemiche. Sulla carta il piano c’è; a mancare, per la maggior parte delle misure, è ancora il finanziamento che le renda praticabili, come sottolinea sempe il rapporto di Terra.
Nel rapporto, l’associazione ha anche raccolto interviste realizzate tra i lavoratori agricoli in Puglia. La quasi totalità dichiara di essere formalmente in possesso di un regolare contratto di assunzione che, tuttavia, non coincide necessariamente con la regolarità del rapporto di lavoro. La particolare forma del contratto per i lavoratori agricoli dipendenti a tempo determinato (OTD), che prevede la registrazione delle giornate effettivamente prestate nel mese successivo, può infatti favorire l’occultamento di forme diverse di irregolarità, rendendo particolarmente difficili i controlli effettuati a posteriori.
LETTURA CONSIGLIATA
L’agricoltura che non è industriale non è facile, ma c’è, esiste e i contadini che la praticano sono ancora tanti e vogliono far sentire la loro voce. Ce lo spiega bene Antonio Onorati in questo libro, che ci fa capire:
• come le politiche agricole finiscano per favorire i grandi gruppi e le multinazionali, ma anche come sia possibile cambiare rotta;
• come la pressione su brevetti e OGM rappresenti un enorme pericolo per la biodiversità e i piccoli coltivatori;
• come ci sia da fare un grande lavoro per ripensare le rappresentanze agricole;
• come sia sempre più necessaria e improcrastinabile una svolta agroecologica;
L’agricoltura contadina, e l’economia che le corrisponde, ha gli elementi necessari per garantire la produzione di cibo in armonia con la natura e non contro di essa.
I contadini, seppur ostacolati, continuano a rappresentare l’alternativa concreta alle lobby del cibo-merce.

