Violenza ostetrica: dal riconoscimento del Consiglio d'Europa all'appello per una legge

La risoluzione del Consiglio d’Europa ha stigmatizzato la condotta degli operatori sanitari che lede i diritti della donna durante il travaglio e il parto. Un primo passo per affrontare un fenomeno di dimensioni tutt’altro che irrilevanti.

12 Marzo 2020
Violenza ostetrica: condanna del Consiglio d’Europa. Maternità

Garantire il rispetto della dignità della donna e dei suoi diritti in ogni fase delle consultazioni mediche, dei trattamenti e del parto. E prevedere una procedura per la denuncia di ogni tipo di violenza ostetrica e ginecologica, nonché sanzioni per gli operatori sanitari che se ne rendono responsabili. È questo, in sintesi, quanto propone la risoluzione adottata a suo tempo dal Consiglio d’Europa, la numero 2306, con la quale si chiede agli Stati membri di assicurarsi che l’assistenza alla nascita sia fornita nel rispetto dei diritti e della dignità umana. Già, perché, per quanto possa sembrare incredibile, tutto ciò non è affatto scontato, né in Italia né altrove. E a dimostrarlo è stato anche il grande interesse sollevato a suo tempo dalla campagna di sensibilizzazione #bastatacere! Le madri hanno voce condotta e portata avanti dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica Italia (OVOItalia) e che ha fatto emergere centinaia e centinaia di testimonianze di donne con trascorsi terribili riguardo la condotta degli operatori sanitari durante l’assistenza al travaglio e al parto.

La risoluzione del Consiglio d’Europa, proprio sulla base della consapevolezza della gravità del fenomeno, prevede anche la realizzazione di campagne di informazione e sensibilizzazione sui diritti dei pazienti e sulla prevenzione e la lotta al sessismo e alla violenza contro le donne. Inoltre fa in modo di assicurare finanziamenti adeguati alle strutture sanitarie per evitare agli operatori sanitari condizioni di lavoro non dignitose che possano influenzare il percorso di cura. Il documento contempla anche meccanismi di segnalazione e denuncia specifici e accessibili per le vittime di violenza ginecologica e ostetrica, all’interno e all’esterno degli ospedali, anche con difensori civici; esclude inoltre qualsiasi mediazione e prevede l’introduzione di sanzioni per gli operatori sanitari.

Le dimensioni del fenomeno

A suo tempo, la campagna di sensibilizzazione #bastatacere ha fatto emergere, per la prima volta in Italia, «il vissuto traumatico delle donne durante l’assistenza al parto in Italia» spiegano Elena Skoko e l’avvocato Alessandra Battisti, esponenti dell’Osservatorio. «Sui social è diventata subito virale raccogliendo oltre mille testimonianze di abusi e mancanza di rispetto. La pagina Facebook dedicata continua a essere visualizzata e a raccogliere consensi. È emersa una prima dimensione della violenza ostetrica e della sofferenza delle donne e la successiva indagine Doxa condotta su un campione rappresentativo ha fornito dati relativi agli ultimi quattordici anni in Italia».

L’indagine Doxa è stata commissionata dall’Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia, dall’associazione La Goccia Magica per la promozione dell’allattamento e dall’associazione Ciao Lapo, che si occupa del lutto perinatale. «A oggi è il primo e unico tentativo in cui si è chiesto alle donne di valutare la propria esperienza di parto prendendo come parametro di riferimento la dignità personale e l’integrità psico-fisica» proseguono Skoko e Battisti. «I dati hanno fatto emergere che oltre il 41% delle donne intervistate si è sentito leso nella dignità e integrità personale, il 21% ha ritenuto di essere stato vittima di qualche forma di violenza fisica o psichica definita come “violenza ostetrica”. Un dato allarmante è rappresentato dal 6% del campione che dichiara di non volere altri figli come conseguenza diretta del trauma vissuto al primo parto. Tale dato corrisponderebbe, in base alla proiezione statistica del campione rappresentativo, a circa 20.000 bambini non nati in Italia».

Nessuna norma di legge ad hoc

La legge non si è ancora attrezzata opportunamente per affrontare il fenomeno, anche se la risoluzione a livello europeo potrà senz’altro aprire nuove prospettive. «Attualmente non esiste in Italia una legge sulla violenza ostetrica e ginecologica» proseguono le rappresentanti dell’Osservatorio che ha ideato la campagna #bastatacere, «ma il nostro Paese ha ratificato la Convenzione di Istanbul e la Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, dalle quali discendono obblighi di protezione dei diritti umani delle donne anche nel percorso nascita e nei diritti riproduttivi. L’Italia, inoltre, è tenuta a porre in essere le linee guida e le raccomandazioni più aggiornate dell’Oms che sanciscono il diritto delle donne a un'esperienza positiva della gravidanza e del parto. Il nostro Paese sarebbe quindi tenuto ad attivarsi per porre in essere misure legislative che tutelino i diritti delle donne e dei bambini nel percorso nascita oltre a implementare le migliori pratiche di assistenza».

Una sofferenza incompresa

La dottoressa Patrizia Quattrocchi, antropologa impegnata per la tutela dei diritti delle donne, ha seguito negli anni la tematica e sottolinea «tutta la gravità di una sofferenza spesso incompresa». Riguardo alla dimensione del fenomeno ammette che ci sono state discussioni sui dati raccolti e forniti, ma «non bisogna far sì che certe polemiche spostino l’attenzione dalla qualità alla mera quantità». In tutto il mondo, «e lo ricorda l’Oms nei suoi documenti» prosegue Quattrocchi, «ci sono donne che non sono soddisfatte delle modalità con cui partoriscono i loro figli; e che per questo soffrono. Di una sofferenza spesso silenziosa, incompresa e non legittimata socialmente».

«Contrastare pratiche effettuate di routine nei nostri ospedali ma non necessarie, come dimostrano per esempio gli elevati tassi di taglio cesareo, l’abuso di ossitocina per accelerare o indurre il travaglio, l’elevato numero di ecografie, è la sfida più complessa, che riguarda professionisti della salute, decisori politici, donne e società tutta. Significa un cambio di paradigma. Significa riguardare al processo gravidanza-parto-puerperio nelle sue molteplici dimensioni: bio-psicosocioculturali ed esistenziali, non solo mediche. Significa riportare lo sguardo e l’azione che ne consegue sulla donna e sul bambino, a partire dai bisogni reali e non da quelli indotti. Significa, in sintesi, ricondurre l’eccesso di medicalizzazione a cui è giunto il modello biomedico di assistenza al parto all’ordine della cultura. Renderci conto, cioè, che non si tratta del solo modello a disposizione, seppure egemone e dunque per noi “naturale”; che vi sono altre “normalità”, altrettanto sicure, come dimostrano le evidenze scientifiche che parlano un linguaggio diverso: quello del rispetto per la donna e per il bambino (vogliamo parlare delle pratiche non necessarie cui è sottoposto il neonato nelle sue prime ore di vita?), quello dell’attesa dei tempi fisiologici, diversi da donna a donna; quello dell’alleanza tra la donna e chi l’assiste; quello del riconoscimento reciproco di ruoli, saperi e competenze».

La dottoressa Quattrocchi ha una lunga esperienza in materia e invita a considerare «che violenza non significa necessariamente un atto fisico volontario, come a volte si fraintende il concetto di violenza ostetrica portando al suo rigetto a priori, ma che violente possono essere anche le parole dette in sala parto da un operatore distratto».

Per questo, secondo la dottoressa Quattrocchi, la risoluzione del Consiglio d’Europa, «che per la prima volta nomina la violenza ostetrica in un documento di grande valenza istituzionale e internazionale, è importante. Il valore della dichiarazione è intrinseco, dal punto di vista sociale, perché dà un nome a una violenza naturalizzata e pertanto invisibile, e politico, perché richiama gli Stati all’azione. Ma il cammino è ancora lungo, come hanno dimostrato paesi che hanno introdotto ammonizioni e sanzioni per prevenire la violenza ostetrica, per esempio il Venezuela o il Messico, o altri che hanno adottato politiche pubbliche a livello sanitario e formativo, come l’Argentina. È il nostro sguardo che dobbiamo cambiare, prima di tutto; lo sguardo collettivo.

La prospettiva biomedica, necessaria in taluni casi, non può essere l’unica adottata per comprendere e trattare un processo multidimensionale e complesso, che il più delle volte medico non è».

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Articolo tratto dal numero di Terra Nuova Dicembre 2019

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