Clima, ambiente, diritti: basta delegare!

A un passo da una nuova possibile crisi finanziaria e in piena emergenza ambientale, bisogna unirsi e agire tutti insieme per cambiare noi stessi e le regole del gioco.

24 Febbraio 2020
Clima, ambiente, diritti: basta delegare! Cambiamento climatico

Un pianeta inquinato e sempre più povero, di risorse e redditi; la necessità di azioni per proteggere la nostra esistenza, di cui gli Stati non si assumono la responsabilità, come abbiamo visto anche nell’ultima Cop25, la conferenza delle parti per il clima di Madrid; un pugno di imprese in tutto il mondo che continua a guadagnare scaricando veleni e costi sulla maggioranza di cittadini impoveriti, scatenando reazioni di piazza, dai Gilet Gialli ai Fridays for Future.

Sempre più persone, tutti i giorni, provano a fare la differenza cambiando abitudini alimentari, di consumo, informandosi e mobilitandosi. Ma siamo talmente dentro un mercato in preda ai suoi istinti, che pervade ogni aspetto della nostra vita, da non poterne uscire ignorandolo, se non rinunciando al più elementare dei diritti umani: rimanere vivi, malgrado il clima impazzito.

È questo, a grandi linee, il contesto globale difficile in cui «le portatrici e i portatori sani di speranza» sono chiamati a operare, consapevoli che, per di più, tra il 2020 e il 2021 potremmo vivere una nuova crisi finanziaria globale1. Aumentano i titoli, pubblici e privati, con tassi sottozero e crediti non esigibili; Stati, imprese e famiglie sono sempre più indebitati; fondi pensione e assicurazioni, dimenticando la lezione del 2008-2009, scommettono su investimenti rischiosi che negli ultimi dieci anni sono passati dal 5 al 20% del totale. Una nuova crisi che potrebbe portare, per coprire ancora una volta le perdite di banche e privati, a un’ulteriore stretta degli investimenti pubblici per l’ambiente e il welfare.

Siamo come paralizzati dalla vecchia sindrome «TINA», quella degli anni Ottanta di Margaret Thatcher: «There Is No Alternative». Non vediamo alternative all’iperconsumismo della globalizzazione iperliberista, finché morte non ci separi. Eppure alcune soluzioni sarebbero a portata di mano. Ma bisogna uscire dall’idea che bastino una borraccia, una bici e una spesa bio (pur gesti importantissimi) per fermare questa macchina di morte: dobbiamo lottare tutte e tutti insieme per cambiare noi stessi, ma anche le regole del gioco.

Cominciamo dall’Europa

Nel trattato di funzionamento dell’Unione europea ci viene chiesto non soltanto di rispettare i vincoli del debito pubblico, ma anche di assicurare la «coerenza delle politiche», come ha ribadito il Consiglio europeo2. È un obbligo non danneggiare con alcuna politica, interna o esterna, almeno il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile concordati dalle Nazioni Unite nell’Agenda 2030. Dobbiamo valutare e correggere ogni politica che provochi fame, inquinamento, degrado e ingiustizia. Eppure oggi non c’è un luogo decisionale, nelle istituzioni nazionali come in quelle Ue, cui un cittadino o un gruppo di persone possa appellarsi per pretendere questi livelli minimali di civiltà, ancora lontanissimi3. Dobbiamo pretenderlo.

L’Unep, agenzia Onu per l’ambiente, spiega che, se vogliamo sopravvivere sul Pianeta, dobbiamo ridurre le emissioni di gas serra del 7,6%. Ogni anno, per i prossimi dodici anni4. L’Unctad, agenzia Onu per commercio e sviluppo, ha chiarito che i grandi investitori globali negli ultimi vent’anni non hanno indirizzato i propri investimenti verso i progetti più sostenibili5. A titolo d’esempio, le 33 più grandi banche del mondo, nonostante l’Accordo di Parigi impegni a una progressiva decarbonizzazione, tra il 2016 e il 2018 hanno continuato a finanziare carbone, petrolio e gas con oltre 1900 miliardi di dollari, concentrando un terzo dei capitali su cento compagnie6.

Un’altra cosa che Unctad ha chiarito è che se nel mondo non ci sarà una ripresa generale dei salari, con una contrazione dei profitti delle aziende e un loro riorientamento verso produzioni più sostenibili, non solo non ci sarà scampo per il Pianeta, ma nemmeno per il mercato. Unctad fin dal 2018 parla esplicitamente della «delusione» che il cosiddetto libero commercio (che concentra in media nell’1% delle imprese di ciascun Paese ben il 57% dell’export) rappresenta, con uno sviluppo globale stagnante da ormai un decennio.

L’economia e il commercio globali non sono fermi per la guerra dei dazi (che valgono in media il 2% del valore delle merci, fatti salvi pochi Paesi e pochissimi prodotti) ma perché la classe media globale è sempre più povera e la macchina produttiva punta a strizzarla sempre di più, con il ricatto della concorrenza tra algoritmi e persone per le opportunità di lavoro. Non è possibile la transizione verde né il voto con il portafoglio per chi è sempre più povero: inchiodato a prodotti e servizi sempre più economici per chi li produce e dannosi per chi li lavora, li consuma e per l’ambiente. Un mercato per pochi e da poco, destinato a implodere portandosi dietro risorse e futuro. Non possiamo permettergli di portarci a fondo.

Non promesse, ma regole

Le nostre piazze, le nostre voci, i nostri voti non devono ottenere promesse ma regole: dagli Stati, dall’Europa e dalle istituzioni internazionali. Servono limiti per la produzione e gli scambi di merci e servizi inquinanti, che non vanno solo etichettati, ma vietati o penalizzati fiscalmente.

Dobbiamo chiedere un piano nazionale integrato agricolo, energetico, industriale e dei trasporti per mettere idee e soldi in una giusta transizione basata sul principio «meno e meglio» e porre ambiente e diritti prima dei profitti privati.

Dobbiamo proteggere le risorse naturali e i beni comuni, garantirne proprietà e gestione pubblica partecipata, finanziare e far funzionare le agenzie e i meccanismi di controllo, appesantire il prelievo fiscale sulle concessioni (in primis sui prelievi d’acqua e minerari) per avere fondi per le bonifiche e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Dobbiamo chiedere meccanismi di contrasto al dumping sociale e ambientale: se i tuoi prodotti sono meno cari perché inquini o sfrutti i tuoi lavoratori, escono dagli scaffali. Servono forti investimenti pubblici e privati per rilocalizzare in qualità le produzioni riconducibili ai territori e limitare l’impatto di trasporti e mobilità.

Queste azioni vanno portate fuori dal perimetro del debito pubblico che, se contratto a protezione dei diritti dei cittadini, è illegittimo, ai sensi del diritto internazionale7. Tutti gli accordi commerciali, i trattati, le azioni dell’Organizzazione mondiale del commercio e delle altre istituzioni con e senza portafoglio che vadano contro queste azioni di buon senso, a fronte dei gravi rischi sociali e ambientali che alimentano, vanno sospesi e rinegoziati, alla luce delle vere priorità.

Ci aspetta una lotta dura: contro la rimozione e l’inerzia della politica ma anche nostre, contro l’abitudine alla delega e al lasciar fare. La speranza non è un alibi: si nutre di analisi, passione, bisogno di giustizia. Tante e tanti la fanno vivere anche per noi: non lasciamoli più soli.

 

Monica Di Sisto è giornalista, vicepresidente dell’Associazione Fairwatch (Osservatorio sui negoziati commerciali e climatici) e tra i promotori della Campagna StopTTIP.

 

Note
1. www.imf.org/en/Publications/FM
2. www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2019/05/16/policy-coherence-for-development-council-adopts-conclusions/#
3. www.un.org/press/en/2019/sgsm19845.doc.htm
4. www.unenvironment.org/resources/emissions-gap-report-2019
5. https://unctad.org/en/PublicationsLibrary/wir2019_en.pdf
6. www.ran.org/bankingonclimatechange2019
7. www.italia.attac.org/debito-e-auditoria

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Febbraio 2020

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