Il vero senso del VIAGGIARE

Dall’ossessione della sicurezza al piccolo viaggio come fuga dalla realtà. Il turismo sta cambiando, nelle modalità, negli intenti, nel suo significato. Abbiamo intervistato l’antropologo Duccio Canestrini, esperto di turismo responsabile, che ci invita a recuperare «l’esposizione all’insolito». Ecco di cosa si tratta.

31 Luglio 2019
Il vero senso del VIAGGIARE. Ecoturismo

Studioso di antropologia del turismo, Duccio Canestrini conosce la nostra rivista da diversi anni. Si ricorda persino dei primi bollettini della vecchia Aam Terra Nuova, quella degli anni ’80, indicandola come una delle poche voci indipendenti sul mondo degli stili di vita alternativi. Docente in diverse università italiane, oggi si occupa di viaggi, di nuove tecnologie, di rituali della contemporaneità. Qualche anno fa ha coniato il concetto di Homo turisticus, una figura da osservare e analizzare al pari dei soggetti indigeni più particolari. È autore di libri di successo, tra cui Andare a quel paese. Vademecum del turista responsabile (Feltrinelli 2003) e Non sparate sul turista (Bollati Boringhieri, 2004).

La prima domanda riguarda proprio la storia. Cosa è cambiato nel modo di viaggiare degli italiani e più in generale dei cittadini globali di oggi?
Negli ultimi anni le vacanze si sono come frantumate e polverizzate, e questo è accaduto per diversi motivi. È cambiata essenzialmente l’economia del lavoro e del tempo libero, che è sempre più compresso. Ma c’è anche un altro aspetto su cui vorrei mettere l’attenzione: le nuove tecnologie hanno cambiato il sistema di prenotazione e i meccanismi che regolano la fiducia. Oggi sono molte meno le persone che prenotano, ci si affida principalmente a internet e ai commenti degli altri viaggiatori.
Ci si mette in viaggio senza una vera programmazione, un po’ come si fa con gli appuntamenti, aggiustando il tiro in tempo reale.

Si vive di più nel presente, insomma…
E questo si potrebbe leggere come un vantaggio, o comunque un alleggerimento. C’è anche un risvolto negativo di questo aspetto?
Il fenomeno va tenuto sott’occhio soprattutto per l’abbondanza di viaggi low cost, che spesso sono poco rispettosi dell’ambiente e dell’etica.
Oggi ci si può recare in aeroporto, valutare le offerte e prenderle al volo, un po’ come si fa al supermercato. Viene del tutto a mancare una motivazione a monte rispetto alla destinazione. Si sceglie la fascia di costo prima ancora che la specificità del luogo. Si nota una sindrome ossessivo compulsiva di evasione, il turismo diventa essenzialmente fuga dalla realtà lavorativa e familiare.

Turismo responsabile, sostenibile, ecoturismo: queste parole si sentono ripetere sempre più spesso. C’è un’evoluzione del mondo dell’offerta? Qual è la sua opinione su questo fenomeno?
L’ampiezza dell’offerta ci dice che per fortuna c’è una forte domanda di senso. Ma vorrei andare un po’ indietro nella storia. Negli anni ’90 fui tra i fondatori dell’Associazione italiana turismo responsabile (Aitr) e con il mio libro Andare a quel paese presi in esame proprio questo fenomeno. C’era un bel think tank ricco di stimoli, si rifletteva sull’impatto ambientale delle strutture, dei servizi, ma anche dell’impatto sociale e culturale. Ne nacque un bel dibattito con opinioni diverse sul ruolo dei tour operator, sull’essere profit o no profit. Adesso non si dibatte più. Viene a mancare lo spessore e la buona volontà della discussione. Non ci si fanno più certe domande. Temo che sia avvenuto quel fenomeno che si è già visto nel mondo del biologico, che è stato fagocitato, assorbito dalla grande distribuzione, per diventare semplicemente una nuova linea di mercato.

Chi sono e quanti sono i viaggiatori consapevoli in Italia?
Non ho mai saputo dare una risposta numerica sui turisti responsabili, anche perché ci sono tante persone che viaggiano in modo responsabile e non lo dicono. Dal punto di vista del profilo parliamo di una fetta ristretta di persone intelligenti. Siamo fuori dall’ottica di evasione compulsiva, di vacanza come oblio del quotidiano. Non ci si mette in viaggio semplicemente per abbuffarsi o stravaccarsi, ma per fare esperienza, conoscere.

Hai una tua definizione di turismo responsabile?

Qualche anno fa, quando la discussione era ancora molto viva, avevo prediletto la definizione di «turismo permeabile», che prevede un’interazione con le comunità locali, in contrapposizione all’ossessione di sicurezza di un turismo chiuso e militarizzato. Quest’ultimo è un turismo protetto dai vigilantes fuori dai villaggi turistici, che non lascia spazio all’incontro con l’altro. Il turismo permeabile è dunque un turismo non protetto, che sceglie strutture a gestione familiare, lontano dall’enclave dorata degli alberghi a 5 stelle, che poi, paradossalmente, diventano luoghi sempre meno sicuri.

Credi che il viaggiare oggi sia messo a rischio dalle tensioni internazionali e dal terrorismo?
Nel mio libro Non sparate sul turista ho cercato di capire quanto c’è di vero in tutto questo. Pensavo fossimo vittima di un’ossessione sicuritaria. Si gioca su questi aspetti fin dai tempi del famigerato spot sul turista fai da te. Il messaggio è che se non ti affidi al tour operator di turno puoi andare incontro agli imprevisti più catastrofici. Ma in realtà non c’è mai stato questo pericolo, la gente si è sempre attrezzata e organizzata.
Più che di terrorismo parlerei di «spaventismo mediatico».
Poi, certo, sarà cura del viaggiatore evitare le zone calde indicate come pericolose sul sito della Farnesina.

Resta il fatto che gli imprevisti, per chi ha pochi giorni a disposizione, sono vissuti come una minaccia. Il viaggio preconfezionato tutto compreso ha la meglio per questo motivo?
Il mondo del turismo ha sempre demonizzato l’imprevisto per ragioni logistiche. Ma è dall’imprevisto che scaturisce il ricordo indelebile della vacanza. Quando mangi e dormi bene, tutto va liscio, te ne dimentichi facilmente. Personalmente ho viaggiato molto, sono stato rapinato più volte in quartieri malfamati, dal Madagascar a Panama, ma col senno di poi penso che siano state esperienze formative, che mi hanno insegnato a vivere. Mentre di tutte le altre volte che ho dormito in cuscini di piuma su grandi letti non ho più memoria. L’esposizione all’insolito, che è il senso vero del viaggio, è quello che ci aiuta a conoscere il mondo.

Credi che ci sia stato un progresso sul piano della sostenibilità ambientale delle vacanze?
Si sono fatti molti passi in avanti, certamente. Quella che prima era solo una prerogativa dei popoli del Nord sta diventando anche nostra. Ma sono perplesso riguardo a quello che sta accadendo nel mondo della comunicazione dell’ecologia. Quando si è iniziato a parlare di questo tema, era una cosa meravigliosa. Si parlava dell’intelligenza di Gaia, del pianeta blu, nascevano riviste più o meno difficili e impegnate. C’erano, anche qua, dei grandi dibattiti. Oggi invece non sento più parlare di ecologia, sembra che quest’ultima sia diventata una brutta parola. Se parlo di un ambientalista sembro parlare di un talebano radicalizzato. Per fortuna non tutto il mondo ha preso questa piega. Come formatore incontro molte persone nel mondo dell’industria interessate davvero alla sostenibilità nel mondo delle produzioni. Rimane il fatto che nel sentire comune non si sente parlare molto di ambiente.

È possibile promuovere una cultura del viaggio come esperienza, incontro, conoscenza? Possiamo forse cominciare a educare al viaggio i nostri giovani?
I giovani imparano soprattutto dai nostri comportamenti. Potranno apprendere dall’atteggiamento di ascolto o apertura verso l’ignoto e l’imprevisto. È difficile essere corretti in viaggio se nel quotidiano mi comporto in modo incivile. Ben vengano i viaggi ecologici, ma non dobbiamo farci troppe illusioni: se prendiamo un aeroplano, tanto per fare un esempio, si perde tutto il guadagnato.
Credo che il viaggio sia anzitutto educazione alla diversità, esposizione all’insolito. Il viaggio, in questo senso, ti porta ad abbattere le certezze precostituite, alimenta la curiosità. La chiusura nei confronti della vita deriva da un orizzonte chiuso. Chi non viaggia, non conosce. Essenzialmente non sa che potrebbe vivere in modo totalmente diverso.
A proposito di esperienze che formano, credo che i viaggi di nozze dovrebbero essere fatti prima di sposarsi. Viaggiando insieme ci si conosce meglio.

Quali sono i tuoi ultimi interessi come antropologo e come turista, e quali le tue ultime mete di viaggio?
Oggi i costumi si stanno uniformando sempre di più. Sarà per questo che mi interessano soprattutto gli animali. Recentemente sono stato in Borneo a vedere i miei amici oranghi messi alle strette dalla violenta deforestazione, dovuta alla produzione e al consumo massiccio di olio di palma. Quest’anno sono stato per l’ennesima volta in India, interessato al rapporto uomo-elefante. Mi ha sempre colpito come ci comportiamo noi con gli animali. Esiste una cultura di addestramento millenaria, è vero, ma gli elefanti oggi lavorano e vengono sfruttati molto e vengono assediati. Dobbiamo impegnarci per alleviare le sofferenze dei nostri amici animali a tutte le latitudini. Siamo una specie che ha avuto un successo enorme in termini biologici, a scapito di altre forme di vita. E facciamo fatica a trovare un limite. Penso che sarebbe meglio imparare a convivere con le altre specie.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Febbraio 2019

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di Gabriele Bindi


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