L’agricoltore bio: un mestiere che non s’improvvisa

Dedicarsi alla coltivazione biologica è una scelta che ripaga sotto tanti punti di vista. Ma bisogna valutare bene molti aspetti, a cominciare dall’ambito economico. Tra le competenze più importanti: la conoscenza del terreno, la scelta di cosa coltivare e per chi. Tutto questo e molto altro nel libro di Jean-Martin Fortier, Coltivare bio con successo , il primo manuale di orticoltura biologica per piccole aziende edito da Terra Nuova.

28 Luglio 2018
L’agricoltore bio: un mestiere che non s’improvvisa. Agricoltura biologica

Coltivare biologico, in tutte le sue varianti, è una questione di civiltà. Una scelta di vita, un lascito per le future generazioni.

Ma coltivare è anzitutto un lavoro che, come tale, deve ripagare chi lo esegue. Lasciamo per un attimo stare tutto l’eroismo, l’afflato romantico e la spregiudicatezza di chi coltiva bio per pura passione sfidando le condizioni più sfavorevoli. Proviamo per un attimo a cambiare prospettiva e a valorizzare il ruolo dell’agricoltore in base a un’altra capacità: quella di riuscire a fare i conti con la realtà. L’obiettivo di chi coltiva deve essere anche quello di creare benessere, a partire dalla propria famiglia e da chi gli sta intorno.

L’agricoltura biologica non può essere considerata solo una sperimentazione, un gioco da ragazzi o una sfida al potere delle multinazionali.
Per molte famiglie è già così, una possibilità in più per uscire dal vicolo cieco della grande distribuzione e delle monocolture, che riconoscono prezzi sempre più bassi agli agricoltori, e che mettono a rischio la sopravvivenza dell’agricoltura.

La scelta di adottare il bio appare come un’opportunità, ma attenzione, non è certo una soluzione miracolosa: non basta seguire i disciplinari e presentarsi sul mercato per avere successo. Bisogna riuscire a inserirsi nelle filiere, fare rete e soprattutto bisogna fare bene il proprio lavoro sul campo, per garantirsi una buona produzione di qualità.

I numeri che sono stati presentati all’ultimo Biofach, la kermesse internazionale del mercato del settore biologico, parlano chiaro: l’agricoltura biologica, e parliamo solo di quella certificata, nel mondo produce 80 miliardi di euro di fatturato.
Sono 2,7 milioni i produttori coinvolti e sono 57,8 milioni gli ettari di terreno destinato all’agricoltura bio.

Come ci fa notare Federbio, la federazione di organizzazioni e aziende che unisce la filiera del bio in Italia, la crescita della produzione in Europa è un caso di successo: qui, già nel 2016, c’erano 13 milioni e mezzo di ettari a coltivazione biologica (più dell’intera superficie agricola italiana), pari al 6,7% del totale, che diventa 21,9% in Austria, 18% in Svezia e 14,5% in Italia; mentre in altri quattro Paesi europei la superficie supera il 10% del totale nazionale.
Sono già 370 mila gli agricoltori che hanno deciso di produrre in modo sostenibile e di rinunciare alle sostanze chimiche di sintesi, e continuano ad aumentare con il ricambio generazionale: nel 2016, in Italia, il loro numero è aumentato del 20,3%.

Come sostiene Paolo Carnemolla, presidente di Federbio, «il potenziale di crescita è ancora enorme e può innescare una trasformazione profonda dell’agricoltura, dell’alimentazione e dell’intera economia,
con benefici per la società, i produttori e l’ambiente».

Non è un mestiere per invasati!

Indietro non si torna. Uno dei primi pregiudizi che gravano attorno all’agricoltura biologica è che si debba tornare a dei metodi ormai superati e a un’agricoltura poco produttiva.

Che la competizione estrema rispetto alle rese non sia l’obiettivo risulta del tutto evidente, perché sarebbe incompatibile con il concetto di limite e di misura, con cui l’agroecologia intende confrontarsi. «L’idea che la maggior parte della gente si è fatta riguardo al nostro mestiere è che siamo persone invasate, che lavorano sette giorni su sette, senza sosta, per guadagnare a mala pena ciò che gli basta per sopravvivere» apre così il suo dialogo con il lettore Jean-Martin Fortier, autore del libro Coltivare bio con successo , il primo manuale di orticoltura biologica per piccole aziende edito da Terra Nuova.

«Questa è un’idea fondata probabilmente sui problemi reali di gran parte degli agricoltori convenzionali, intrappolati nella morsa dell’agricoltura moderna» prosegue Fortier. «La nostra stagione inizia gradualmente a marzo per terminare a dicembre. Sono in tutto nove mesi di lavoro e tre mesi di vacanza. L’inverno è un momento prezioso per riposare, viaggiare o fare qualsiasi altra attività. A tutti quelli che pensano che stiamo facendo un mestiere da fame vorrei rispondere che la nostra attività ci permette di vivere in campagna, di conciliare lavoro e famiglia all’interno di un ambiente naturale e di avere un’occupazione assicurata, diversamente dagli impiegati in una grande società, dove i licenziamenti sono imprevedibili e frequenti. Questo è un vantaggio considerevole».

L’autore canadese mette l’accento sull’importanza di una scelta di vita autentica. Offre uno spiraglio e un po’ di consolazione anche per chi, come noi, passa gran parte del suo tempo a battere i tasti di un computer: «Dopo aver speso molto tempo alla stesura del manuale posso dire a chiunque sia preoccupato di non avere le capacità fisiche necessarie per questo mestiere, che coltivare a tempo pieno è meno “pesante” per il corpo e per la salute che restare seduti davanti allo schermo di un computer per molte ore al giorno».

L’esperienza della giusta misura

«Sia che vi piaccia vivere in campagna, lavorare seguendo il ritmo delle stagioni o adottare uno stile di vita più ecologico, questo è un mestiere che può risultare affascinante. Tuttavia, coltivare più di quaranta tipi diversi di ortaggi richiede competenze e un’etica professionale che non si possono paragonare ad altre professioni.

È opportuno avere una buona preparazione» sottolinea Fortier, e raccomanda: «Il miglior suggerimento che posso dare a chi abbia intenzione di avviare un progetto di orticoltura diversificata è di andare a lavorare per qualche stagione presso altre aziende agricole; oltre ad acquisire esperienza, potrete scambiare la vostra forza lavoro con le preziose conoscenze di un agricoltore esperto, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda. Potrete così rendervi conto delle gioie e delle difficoltà inerenti al mestiere. Vivere l’esperienza di un’intera stagione e apprendere, spesso inconsciamente, tutte le pratiche buone (o cattive) adottate da un orticoltore sono lezioni che nessuna scuola e nessun libro possono offrire».

L’esperienza di Jean-Martin Fortier e Maude-Hélène Desroches, che in Canada, terra di ampie monocolture, hanno dato vita a Les jardins de la grelinette ci insegna che è possibile puntare su un modello di agricoltura diverso, senza investire un grande capitale, ma producendo comunque una grande quantità di ortaggi per la vendita diretta. Con meno di un ettaro, su una superficie totale di quattro, i due nutrono centocinquanta famiglie grazie all’agricoltura sostenuta dalla comunità, quella che viene chiamata Community supported agriculture (Csa).

Un modello che offre diversi vantaggi sia ai produttori che ai consumatori, considerati come soci dell’azienda agricola. Pagando in anticipo una parte del raccolto, questi consumatori permettono ai loro contadini di famiglia di evitare gran parte dell’indebitamento a inizio stagione. A raccolta avvenuta, i soci ricevono una cassetta di ortaggi biologici, freschi, consegnati nel loro quartiere. Questo appuntamento ha luogo una volta a settimana a un’ora e in un posto prestabiliti. «Il nostro orto commerciale è la prova che si possono ottenere buoni prodotti senza grandi spese» scrive Fortier. «Qualunque siano le dimensioni dell’azienda, è importante prima di tutto scegliere attentamente il modello di produzione agricola che si intende adottare e valutarne bene le implicazioni».

Fare agricoltura in Italia

Chi vuole avviare un’attività agricola che non sia finalizzata unicamente all’autoproduzione, oltre a valutare bene la propria predisposizione dovrà capire in che modo inserirsi nel mercato. Sarà ad esempio necessario fare una disamina della domanda e dell’offerta dei prodotti biologici locali, conoscere una rete di potenziali clienti e capire su quali prodotti conviene puntare. Sarà difficile far tutto da soli: oltre ad avvalersi di buoni consulenti, è meglio riuscire a inserirsi all’interno di filiere e circuiti già esistenti, grazie ai gruppi d’acquisto, o fare ricorso agli strumenti legislativi più favorevoli, come le misure per l’imprenditoria giovanile, la rete di imprese e i contratti di filiera.

Come rilevano gli autori di E ora si cambia , Daniel Tarozzi e Andrea Degl’Innocenti, oggi possiamo rilevare «una nuova disponibilità dei giovani a relazionarsi con le nuove forme di agricoltura. Le partite Iva del settore agricolo crescono il doppio rispetto alla media nazionale; nascono idee imprenditoriali come le agrigelaterie, i birrifici agricoli e in alcuni casi si diversifica la produzione per trovare nuove opportunità di crescita: così, dalle spezie e dagli estratti vegetali si decide di ricavare e vendere detersivi biologici e prodotti per l’igiene; oppure, alla vocazione produttiva si aggiungono attività di didattica, ristorazione o turismo. Attraverso l’innovazione tecnica e sociale, localmente è possibile creare spazi in nuovi mercati, senza assecondare la competizione, ma sviluppando al contrario sistemi etici di cooperazione e solidarietà.

Difficile pensare all’agricoltura come a una mera attività imprenditoriale che sfrutta al massimo le agevolazioni e i finanziamenti in vigore: sarebbe una strategia poco lungimirante nel lungo periodo. Per troppi anni la logica dei sussidi agricoli ha prodotto distorsioni che a lungo andare hanno svantaggiato soprattutto i contadini più piccoli, anche nel settore del bio. Il risultato è che in Italia l’1% delle aziende controlla il 30% delle terre agricole e l’agricoltura di piccola scala, che costituisce il cuore produttivo del settore primario, negli ultimi decenni è stata decimata. Tuttavia non si può certo fare a meno di guardare alle opportunità esistenti in materia fiscale e cercare di differenziare la propria azienda, come si farebbe per qualsiasi altra attività d’impresa.

Una qualsiasi realtà agricola richiede l’apertura di una partita Iva con la cosiddetta Comunicazione unica che, in un’unica procedura online a costo zero, permette di assolvere a tutti gli adempimenti di: attribuzione numero partita Iva dell’Agenzia delle entrate, apertura posizione Inps e Inail e iscrizione alla Camera di commercio. Se la nuova impresa ha un fatturato che non supera i settemila euro l’anno, potrà poi usufruire di un regime fiscale chiamato «regime di esonero», che prevede la possibilità di essere esonerati dall’obbligo di: dichiarazione dei redditi, emissione di fatture, dichiarazione Iva e versamento delle imposte.

La legge di bilancio 2018 ha previsto anche un incentivo, chiamato «bonus agricoltori», riservato ai coltivatori diretti e agli imprenditori agricoli professionali (Iap) che tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2018 risultano iscritti alla previdenza agricola.
La misura consente di ottenere l’esonero totale dal pagamento dei contributi obbligatori Inps per tre anni.

La cura del terreno

Se entriamo più direttamente nel campo agricolo, dobbiamo renderci conto che coltivare biologico significa anzitutto preservare il suolo dall’erosione e dalla progressiva perdita di fertilità. Le normative del bio ammettono l’uso di diversi prodotti e fertilizzanti sicuramente meno tossici rispetto a quelli autorizzati nei sistemi di coltivazione convenzionale.

Il lavoro di un vero agricoltore biologico, tuttavia, rimane quello di innescare un processo naturale di fertilizzazione attraverso la pratica del sovescio e l’aggiunta di compost e letame, definiti «ammendanti organici». Questi ultimi, al contrario dei fertilizzanti, devono essere «digeriti» dai microrganismi del terreno per liberare le riserve di sostanze nutritive disponibili.
Attenzione però, perché oltre alle buone idee serve una buona buona dose di realismo.

«Quando abbiamo iniziato a coltivare a livello commerciale» spiega Jean-Martin Fortier «questo concetto di nutrire il terreno per nutrire la pianta era confortante, vista la sua semplicità. Grosso modo, la nostra strategia di concimazione era di fornire al terreno più compost possibile, nella speranza che tutto crescesse nel migliore dei modi.
Man mano che apprendevamo le diverse strategie di concimazione adottate in orticoltura biologica, ci siamo resi conto che le cose non erano così semplici. Abbiamo dovuto anche far fronte al fatto che la disponibilità di compost è quasi sempre limitata e che quindi bisogna, in un modo o nell’altro, farne un uso razionale».

L’esperienza fa la differenza

«Con il tempo abbiamo imparato a usare tecniche come l’analisi del suolo e i piani di concimazione per comprendere meglio i bisogni della nostra terra e regolare le dosi delle sostanze fertilizzanti in base alle esigenze specifiche delle colture. In altre parole, abbiamo smesso di concimare alla cieca». Molta cautela, secondo l’agricoltore canadese, anche con le rotazioni. «Sapevamo già quanto fosse importante una buona rotazione delle colture, ma abbiamo fatto passare un po’ di tempo prima di avvalercene per evitare che diventasse troppo complicata da rispettare.
Abbiamo fatto anche numerose prove con i sovesci per trovare un loro utilizzo ottimale all’interno del nostro sistema di produzione.

Tutte queste esperienze ci hanno permesso di elaborare un piano di concimazione che ci ha portati, successivamente, a risultati più che soddisfacenti. Oggi, il nostro terreno è di gran lunga migliore rispetto a quando abbiamo iniziato».

Un aspetto che senza ombra di dubbio, al di là del dato economico, anch’esso positivo, fa pensare a un vero successo.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Giugno 2018

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IL LIBRO

COLTIVARE BIO CON SUCCESSO

Dopo il successo in Canada, Germania, Francia e Regno Unito, questo libro è diventato il manifesto della nuova agricoltura per le piccole aziende biologiche, in grado di stimolare un circuito economico virtuoso a livello locale, assicurare un reddito decoroso all’agricoltore, creare posti di lavoro per i giovani e un rapporto diretto tra produttore e consumatore.

Nel libro, l’autore condivide le strategie agronomiche ed economiche che hanno decretato il successo della sua azienda nonostante un budget iniziale molto contenuto: la vendita a chilometro zero, l’organizzazione degli spazi secondo i principi della permacultura, l’impiego di attrezzi e macchine innovativi, la riduzione delle lavorazioni del terreno, il metodo di col- tivazione bio-intensivo, senza dimenticare le schede pratiche per coltivare oltre 25 ortaggi. Una vera e propria guida pratica per le piccole aziende agricole, ma anche per i giovani neo-agricoltori che vedono nell’agricoltura biologica uno spazio per il loro futuro e un contributo concreto per la salvaguardia del Pianeta.

L’edizione italiana è stata curata da Myrtha Zierock, orticoltrice trentina che ha lavorato pres- so l’azienda dell’autore e che ha adattato le indicazioni tecniche al nostro clima e contesto.

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di Gabriele Bindi


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