La necessità di un salto

È urgente capire i motivi profondi della nostra inerzia collettiva, per poter saltare fuori da una pentola che bolle.

17 Gennaio 2020
La necessità di un salto. RIcerca interiore

Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione ma non la riconosciamo come tale, perché non è come ce la aspettavamo.
Innanzitutto, avevamo già smesso di aspettarla e inoltre l’avevamo immaginata provocata da noi, mentre sembra stia accadendo per conto proprio. Ciononostante penso che, quando la trasformazione che sta per iniziare sarà compiuta, diremo che è quella che attendevamo da sempre, solo che non avevamo saputo immaginarla correttamente.

Da una parte abbiamo conosciuto, finora, soltanto rivoluzioni politiche e ideologiche, mentre ciò che sta avvenendo è una rivoluzione della coscienza; dall’altra mai avevamo disperato tanto nella nostra capacità di cambiare qualcosa nel mondo in cui viviamo, avendo perduto l’entusiasmo di un tempo in ogni forma di pensiero utopico. Tuttavia, le utopie ci servono per avanzare e la rinuncia al pensiero utopico è paralizzante.

Il sociologo cileno Antonio Elizalde ha paragonato la sparizione del pensiero utopico al processo di ammaestramento delle pulci, ben conosciuto tra gli ammaestratori di pulci ma poco noto a chi non lo è: si mette la pulce in un flacone trasparente con un tappo anch’esso trasparente e si attende semplicemente che essa, dopo aver spiccato i salti più vigorosi e aver urtato immancabilmente contro le pareti invisibili del recipiente, impari a fare solo piccoli balzi per soffrire meno.
La similitudine risulta particolarmente significativa se la accostiamo, come fa lo stesso Elizalde, a quella dell’addestramento degli elefanti. Il cucciolo di elefante, legato per una zampa a un albero, impara a rinunciare ai tentativi di liberarsi a causa della sofferenza procuratagli dai suoi sforzi dolorosi e infruttuosi. Questo insegnamento permane nei suoi comportamenti anche quando l’animale sia talmente cresciuto da poter facilmente strappare un albero dalle radici.

La questione è che al giorno d’oggi non spicchiamo grandi salti neppure nel pensiero, perché quando si perde fiducia nelle grandi teorie, come se fossero servite solo ad ingannarci, non solo si diffonde l’impotenza ma persino le sue giustificazioni.
Spero serva a mobilitarci la considerazione che la nostra situazione somiglia sempre più a quella di rane messe in una pentola posta a riscaldare a fuoco lento. Una cosa che purtroppo non le preoccupa affatto giacché la loro pelle possiede recettori che rilevano solo bruschi mutamenti di temperatura.

Credo che il problema principale del mondo, al di là dei suoi molteplici sintomi, sia proprio l’incoscienza e solo destandoci dal nostro cieco sonnambulismo potremo evolverci. Comprendere i limiti di un’ecologia meramente utilitaristica, che si è avvalsa di argomenti razionali e dati matematici e statistici nello spingere le persone ad atti come la gestione delle risorse non rinnovabili, ci ha condotto alla formulazione di una «ecologia profonda» che considera la dimensione emotiva ed etica delle cose. […]

Sebbene l’affondamento di questa nave patriarcale in cui ci siamo trovati a navigare non cessi di essere una catastrofe, è però più importante che, attraversando la crisi con fiducia, si comprenda finalmente che i rantolii finali della nostra civiltà sono al contempo la nostra più grande speranza di rigenerazione.

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Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Gennaio 2020

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