Le Galline Felici e i pulcini bio

Un mondo fatto di buone relazioni, progetti dal basso e buone pratiche che ha scelto la strada della certificazione. L’esempio di Le Galline Felici, il consorzio che raccoglie 30 aziende biologiche siciliane, raccontato da Roberto Li Calzi, agricoltore e animatore della rete solidale siciliana.

08 Aprile 2017
Le Galline Felici e i pulcini bio

Il settore del bio cresce velocemente, forse troppo. Con i suoi numeri da capogiro, negli ultimi anni ha attirato l’interesse da parte di aziende in cerca di maggiori guadagni e sbocchi di mercato. C’è chi ha cavalcato l’onda e chi ha semplicemente approfittato di qualche finanziamento.

D’altra parte, però, c’è chi il bio lo fa per convinzione, e continua a dargli valore attraverso le buone pratiche agronomiche e una rete di relazioni sociali. Parliamo di realtà che spesso hanno guardato con diffidenza e sospetto il mondo della certificazione e dell’incartamento burocratico. E che per scelta politica hanno praticato una sorta di autocertificazione.

È il caso di Le Galline Felici, il consorzio di produttori siciliani che da anni rifornisce gruppi d’acquisto solidali in tutta Italia. Dal 28 dicembre 2016 il consorzio si è munito di certificazione bio e i pochi produttori non ancora certificati avvieranno il percorso a breve.

«Finora c’eravamo fatti un vanto della nostra certificazione partecipata ante litteram, certificata dalle migliaia di visite che abbiamo ricevuto in questi anni dai nostri amici e gasisti» scrive il direttivo. «Adesso abbiamo deciso di certificarci per rispondere alle richieste di un numero crescente di clienti più lontani e specialmente di piccole botteghe o cooperative che hanno bisogno della certificazione». Si è trattato, in definitiva, di dare risposte concrete a un numero crescente di produttori, con una scelta che non può che agevolare nella commercializzazione dei prodotti.

Tuttavia «le galline» non abbassano la guardia. Il direttivo intende continuare ad esercitare una critica costruttiva nei confronti «di un sistema che affida alle carte la certificazione e che troppo spesso è stato colto in fallo, screditando così l’operato di migliaia di produttori onesti, che credono nel bio come un sistema di vita e di relazioni».

Il consorzio ha deciso di reintegrarsi insieme a tutte le sue aziende, decidendo di dare il proprio contributo per far sì che il sistema di certificazioni riacquisti la credibilità e il valore per il quale molti dei soci si sono spesi, prima ancora che nascesse il regolamento Cee (1992).

Per i consumatori non rimane che continuare a visitare le aziende di persona, per far parlare anche i sensi, oltre ai pezzi di carta. È quello che abbiamo fatto anche noi incontrando a Catania, nella sua azienda agricola dalle parti di Lentini (Sr),

Roberto Li Calzi, storico presidente del consorzio, colonna portante di molte delle iniziative promosse in questi anni di attività, dall’associazione Siqillyàh agli Sbarchi in piazza dei Gas in molte città d’Italia.

Roberto, quante sono oggi le persone impegnate a lavorare con Le Galline Felici?

Attualmente ci sono circa 150 famiglie che vivono grazie alle attività del consorzio. Parliamo di una trentina di aziende associate, con molte altre che bussano alla porta, ma anche di trenta dipendenti del consorzio stesso.

Qual è il profilo delle aziende?

Sono aziende piccole, spesso a conduzione familiare. In media sui 4-5 ettari, ma anche molto più piccole. La mia, ad esempio, è di un ettaro e mezzo. La dimensione che un tempo consentiva a un contadino di mantenere la sua famiglia con un agrumeto, gli olivi e qualche ortiva.

I tempi sono cambiati. I contadini oggi se la passano peggio di qualche decennio fa?

Posso fare un esempio personale. Nel 1984 io, che avevo un prodotto di eccellenza, vendevo le mie arance a 750 lire al chilo sull’albero, senza occuparmi della raccolta. Una cifra che, fatte le dovute proporzioni, corrisponde a un paio di euro di oggi. Ebbene, oggi un valore medio per la stessa qualità di arance è di 25 centesimi al chilo, più o meno 1/8 rispetto ad allora. E considera che pagavo l’acqua al costo di due chili di arance. Oggi ne servono 100 chili. Roba da pazzi…

Raccontaci un po' la tua storia, come hai cominciato a fare agricoltura? Chi te l’ha fatto fare?

Sono arrivato in campagna dopo varie esperienze legate al buddismo e qualche permanenza in alcune comuni agricole. Con l’arrivo di un figlio mi sono ritrovato agricoltore nell’azienda di mio padre, che coltivava in modo convenzionale. Nel giro di poco ho preso in mano l’azienda agricola rinunciando a concimi e antiparassitari di origine chimica. Ho cominciato a fare sovesci e ad usare il letame maturo. All’inizio non ti nascondo che i miei vicini erano parecchio diffidenti. Sai com’è, eravamo quelli strani, a casa mia circolavano rasta africani e altre persone variopinte…

Poi cosa è successo? Come sei riuscito a convincerli?

Hanno cominciato a rendersi conto che le cose andavano meglio sia a me, che a loro. Venivano a lamentarsi per la presenza del ragnetto rosso sulle piante, un parassita assai fastidioso per gli agrumeti. Al contrario di me, facevano il trattamento antiparassitario contro gli afidi. Ammazzavano ogni insetto tranne le uova di questi animaletti che poi, trovandosi senza antagonisti, avevano tutto lo spazio per dilagare. Io, invece, sopportavo l’insidia degli afidi, ma potevo avvantaggiarmi della loro presenza. Ha vinto l’evidenza, le mie piante erano più sane. E così piano piano si sono convertiti tutti alle pratiche del biologico. Ora fanno parte del giro, sono diventati «pulcini» delle Galline Felici…

Articolo tratto dal mensile Terra Nuova Marzo 2017

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di G. Bindi


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