Viaggio nel Borneo da salvare

La barriera corallina e la fauna marina sono minacciate da plastica, pesca selvaggia e riscaldamento globale. L’impegno dei volontari del progetto Tracc per salvare il mare raccontato da chi ha fatto della salvaguardia ambientale un progetto di vita.

07 Agosto 2018
Viaggio nel Borneo da salvare. Ecoturismo

Isole tropicali, spiagge bianche e una giungla incontaminata alle spalle: il Borneo regala da sempre scenari paradisiaci per vacanze all’insegna del relax. Ma sotto le immagini da cartolina che tutti conosciamo, si nasconde un’area devastata dal riscaldamento globale e dagli effetti delle attività umane che da tempo minano la sopravvivenza dei coralli e della fauna marina, distruggendone il 2-3% ogni anno. Tuttavia, in una sorta di equilibrio cosmico, talvolta la distruzione viene bilanciata dallo spirito di conservazione della natura stessa e dalla dedizione di chi, invece di danneggiare, sfruttare e imbruttire la bellezza che lo circonda, decide di fare qualcosa di concreto per preservarla.

Da quindici anni il Tracc, centro di ricerca e conservazione marina fondato dal defunto professor Steve Oakley, porta avanti un progetto di volontariato attivo proprio su questo fronte. Ha sede sull’isola malesiana Pom Pom, nel Sabah, e coinvolge attivisti impegnati principalmente nella conservazione di coralli, tartarughe e squali, e in operazioni volte ad aumentare la densità e la biodiversità marina. Felicity Finlayson è membro attivo dell’associazione dal 2012 e istruttrice subacquea. L’abbiamo incontrata per capire meglio quali sono le reali condizioni del mare in questa zona del mondo e in che modo il Tracc sta contribuendo alla sua salvaguardia.

Tra spazzatura e pesca irrazionale

«Su queste spiagge, la prima cosa che colpisce visivamente è la quantità devastante di rifiuti in mare» spiega Felicity. La plastica è una delle prime cause di morte per le creature marine, che si impigliano o ingeriscono gli oggetti scambiandoli per altri pesci. Questo accade soprattutto alle tartarughe che, credendoli meduse, ingeriscono buste o altri rifiuti, provocandosi così una morte lenta per inedia.

Gli effetti di questo fenomeno coinvolgono tutta la catena alimentare, dal plancton fino agli squali. Ad aggravare la situazione sul medio e lungo termine è senza dubbio il riscaldamento globale e la conseguente acidificazione dell’oceano. «Il cambiamento dei livelli di temperatura e del pH dell’acqua sta causando la decolorazione e la morte dei coralli in molte parti del mondo, lasciando le barriere coralline con poca speranza di recupero» continua Felicity. «Nel breve periodo è invece la pesca con esplosivo la minaccia maggiore per i coralli del Borneo». La pratica a cui Felicity fa riferimento è illegale in Malesia, ma gli scarsi controlli e le condizioni di vita precarie dei suoi abitanti, laddove prevalgono i bisogni primari su una cultura della sostenibilità, fanno sì che si verifichi ancora regolarmente. Per stordire e uccidere i pesci, i pescatori si servono di dispositivi esplosivi artigianali a miccia corta pieni di sostanze fertilizzanti. La forza di questi ordigni lanciati in acqua è tale da distruggere tutto ciò che è vivo in un raggio di venti metri. Dopo l’esplosione, una volta che la vescica natatoria dei pesci si è rotta, questi emergono in superficie e possono essere facilmente raccolti e trasportati sui banchi dei mercati. Gli squali sono tra le specie più colpite poiché le loro pinne sono molto richieste, così come le tartarughe verdi e quelle embricate, a rischio di estinzione a causa del bracconaggio. «Lo stato dei coralli e della fauna marina nel Borneo sta diventando disastroso per il grave stress a cui tutti gli abitanti del mare sono sottoposti e la minaccia arriva sempre dalle nostre attività sconsiderate» dice a malincuore Felicity.

Azioni concrete di salvataggio

Attualmente, il progetto Tracc sta orientando il proprio impegno proprio sull’isola Pom Pom, essendo una spiaggia di nidificazione sia per le tartarughe verdi che per quelle Hawksbill. «Abbiamo stabilito una zona di divieto di pesca intorno all’isola, che è una sorta di santuario per le specie che riescono a stabilirsi e a crescere: un posto in cui la vita marina riesce a riprodursi senza le pressioni della pesca» spiega Felicity.

I volontari raccolgono le uova delle tartarughe quando le madri le depositano e le conservano in un vivaio fino alla schiusa, quando vengono rilasciate di nuovo nell’oceano. Anche se illegale, il bracconaggio delle uova di tartaruga è ancora un problema molto grande nel Sabah, come dimostra la loro presenza sui banchi dei mercati. I coralli costituiscono un altro importantissimo fronte di intervento. (...)


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