Il bio sotto assedio

I contadini che hanno scelto il biologico sono in trincea: l'invasione sempre più massiccia di pesticidi ed erbicidi rappresenta un rischio di contaminazione ambientale che va fermato. La protesta cresce e scatta la ribellione nei confronti della "peste chimica".

23 Agosto 2019

I contadini biologici sono in trincea, ma la protesta cresce, si estende e coinvolge anche le comunità e la società civile mentre la politica sembra non essersi accorta che la transizione è già iniziata.

Oltre 150 mila euro per mettersi al riparo dai pesticidi. Un bunker di metallo e plastica pesante dell'estensione di centinaia di metri quadrati che protegge raccolti, lavoratori e gli stessi membri della famiglia Gluderer che, da quattro generazioni, vivono e lavorano a Coldrano, nella Val Venosta. Ai margini della proprietà le siepi sono state sostituite da tendoni di plastica di oltre due metri d'altezza. La fattoria biologica dà l'idea, a prima vista, di un campo militare circondato da nemici, centinaia di ettari di monocoltivi di mele convenzionali pronti a lanciare il loro attacco chimico su basi quasi quotidiane.

La famiglia Gluderer ha così dovuto scavare la sua surreale trincea per preservare la salute dei suoi membri e l'attività di produttori biologici minacciata costantemente di contaminazione dalla deriva tossica: “Non abbiamo potuto fare altrimenti – ci spiega Annamaria, 59 anni, guardando preoccupata il bunker e le barriere che ricoprono da cinque anni l'intera proprietà – era l'unico modo per mantenere l'azienda biologica e conservare il posto di lavoro per la nostra famiglia”.

E' questa la risposta a cui sono costretti gli agricoltori biologici in balia delle pericolose derive di fitofarmaci e lasciati soli dalle autorità nonostante i ripetuti e palesi abusi: “Abbiamo iniziato la produzione di mele biologiche nel 1990 e quelle delle erbe bio nel 2005 – ci racconta Annamaria - su un'estensione totale di 3.647 metri quadrati; abbiamo cominciato a subire gravi danni dalla deriva di pesticidi a partire dal 2010 e da allora abbiamo fatto tre denunce penali all'Asl; abbiamo vinto le cause ma le spese e il ripetersi degli abusi ci hanno obbligato a investire tutti questi soldi per isolare il nostro terreno dai monocoltivi intensivi circostanti”.

Bunker per proteggersi dai bombardamenti chimici

Coltivare biologico diviene allora sempre più difficile in questa area del paese. Una produzione sotto attacco, uno stato d'assedio a cui la risposta più naturale appare quella della costruzione di un bunker per proteggersi dai bombardamenti chimici. Una soluzione drastica, parziale e che non rende giustizia alla bellezza del paesaggio del Trentino. Eppure, vedendo i bambini della famiglia giocare all'interno dello spazio recintato, si ha l'impressione che la soluzione adottata dalla famiglia Gluderer sia drammaticamente corretta. Rimane l'amarezza dell'asserragliamento di fronte all'ingiustizia, della condanna a dover vedere crescere i propri bambini con uno sfondo di tendoni di plastica piuttosto che di campagne e montagne incontaminate. Un'arroccamento boccaccesco di fronte l'avanzare della peste chimica che prevede solo un'altra soluzione: la fuga.

Alla ricerca del paradiso perduto

E' la seconda opzione. Spostare la produzione sempre più in alto, sulle montagne impervie ma ancora amiche, il più lontano possibile dai miasmi tossici. La famiglia Gluderer ha quindi cominciato ad esplorare anche la possibilità di lavorare laddove i pesticidi ancora non sono arrivati, per il momento: “Abbiamo acquistato un terreno a Tubre, vicino a Malles, a un'altezza di 1.300 metri perché lì ancora non ci sono problemi di deriva; abbiamo così deciso di spostare lì tutte le arnie per la lavorazione del miele”. La difesa ad oltranza e il ripiegamento di fronte la forza devastante del nemico. Sembra di assistere al dispiegamento di una strategia militare per poter difendere la salute, il lavoro, la vita stessa.

Annamaria mostra una foto. E' la sua campagna. Prima che tutto questo iniziasse. Prima della guerra chimica, prima del bunker: “Il mio sogno – ci dice mostrandoci la foto – è che ci restituiscano ciò che avevamo, la campagna dove io sono cresciuta ma dove i miei nipoti non potranno più crescere liberamente”.

Ma mentre i nipotini di Annamaria continuano a giocare fra le enormi arcate di plastica pesante, ci chiediamo se quel sogno possa mai divenire realtà. Lo chiediamo a Manuel, 35 anni, figlio di Annamaria e responsabile della produzione agricola dell'azienda, mentre assaporiamo una profumata tisana di erbe biologiche dell'azienda. La sua opinione sullo sviluppo locale appare lucida e al tempo stesso inquietante: “E' un modello di sviluppo che lavora per favorire un determinato tipo di industria – ci dice Manuel di fronte la sua tazza fumante - a sua volta supportato dalla propaganda; perché la verità è che non abbiamo bisogno di pesticidi o fertilizzanti chimici per coltivare, come dimostra la nostra produzione e quella di altri agricoltori biologici; le rese sono ottime e la sostenibilità economica è assicurata anche senza utilizzare rame o zolfo; ma l'industria spinge per la cosiddetta innovazione, ovvero vendere nuovi prodotti, nuove tecnologie anche se in questo modo continuano a minacciare la nostra salute e a distruggere la biodiversità; nei nostri campi gli insetti e gli impollinatori sono quasi del tutto scomparsi”.

La protesta dilaga: dagli operatori del settore, ai cittadini e ai residenti delle campagne

Distanze di sicurezza non rispettate, trattamenti effettuati senza preavviso in tutte le ore del giorno e indipendentemente dalle condizioni climatiche, anche nelle giornate particolarmente ventose che facilitano la dispersione dei chimici a grandi distanze. Le storie si ripetono identiche lungo tutta la regione del Trentino Alto Adige che, da dieci anni a questa parte, sembra essersi tramutata in un immenso monocoltivo. La mancanza di controlli rende molti agricoltori impermeabili alle proteste dei cittadini e delle aziende biologiche che vedono i loro raccolti minacciati dalla contaminazione: “Le distanze di sicurezza fra i campi trattati e gli altri campi – ci spiega Andrea, gestore di un agriturismo biologico locale - sono raramente rispettate e spesso non esistono siepi di protezione; a questo si aggiunge l'arroganza di molti operatori che sanno benissimo che dal momento in cui iniziano il trattamento irregolare al momento in cui interverranno i vigili passerà il tempo sufficiente a completare l'operazione; una volta sul luogo, i vigili, in mancanza di fragranza di illecito, decidono di non intervenire nonostante l'aria sia pestilenziale, ancora intrisa dai pesticidi da poco irrorati”. E gli operatori del settore cominciano a coalizzarsi con i cittadini. E' proprio il caso dell'agriturismo di Andrea, parte della rete dell'Ortazzo, organizzazione che ha cominciato ad interrogare le istituzioni non solosulla sostenibilità ecologica ma anche su quella economica di lungo periodo. E la nascente coalizione fra agricoltori bio e cittadini appare del tutto logica,visto che, entrando nella città di Trento, si può constatare come le monocolture abbiano oramai sfondato le linee difensive urbane posizionandosi in aiuole, spartitraffico e rotonde.

Gli effetti di questo sistema produttivo non sono, d'altra parte, solo percepiti ma ampiamente documentati, come è il caso proprio del Trentino. Gli ultimi dati dell'Ispra (Istituto superiore per la Protezione e la ricerca ambientale) parlano chiaro: nel Rapporto nazionale pesticidi nelle acque 2018, la presenza di fitofarmaci è stata riscontrata in oltre il 90% dei punti delle acque superficiali in provincia di Bolzano e oltre il 70% in provincia di Trento. Un trend confermato dai dati Istat, contenuti nell'Annuario dei dati ambientali 2018 dell'Ispra, che certificano come, nel 2016, siano stati irrorati in Trentino Alto Adige una media di 62,2 kg di principi attivi per ettaro, quasi dieci volte la media nazionale di 6,63 kg/ettaro. Difficile non mettere in relazione questi dati con la monocoltura intensiva delle mele che, nell'anno di riferimento, raggiungeva una produzione di 1.500.000 tonnellate, pari al 70% della produzione italiana e al 15% di quella europea.

Ma il Trentino rappresenta solo la punta dell'iceberg. Tutto il paese è coinvolto dal fenomeno. Vivere e lavorare in campagna non può essere più considerato l'idillio di una volta. E i cittadini si stanno mobilitando per chiedere il rispetto delle distanze di sicurezza e dell'obbligo di preavviso. E' il caso della petizione da 25 mila firme presentata recentemente al Parlamento dal gruppo Facebook No Pesticidi, ma è anche il caso del Forum Marcia Stop Pesticidi che, di fronte all'evidenza del non rispetto delle regole, chiede il bando totale dell'uso di fitormaci in agricoltura e il fermo immediato all'espansione delle monocolture intensive. Richieste che provengono da una fetta sempre più ampia di popolazione che, in base ai principi di sussidiarietà e di precauzione, reclama il diritto, sancito dall'articolo 32 della nostra Costituzione, a vivere in un ambiente salubre.

Le scelte della politica: altro che transizione, la priorità è preservare lo status quo!

La politica fa però orecchie da mercante, in tutti i sensi, considerando i grandi interessi economici in ballo e lo strapotere delle lobby agroindustriali. E' il caso proprio della Provincia di Bolzano che con Delibera del 12 marzo 2019 ha autorizzato l'impiego di un consistente numero di pesticidi anche nelle aree di tutela delle acque potabili. E questo nonostante il recente allarme lanciato dall'Ispra sull'elevato livello di contaminazione da fitofarmaci riscontrato nelle acque superficiali e di profondità italiane. Fra i pesticidi tollerati troviamo non solo il Glifosate, definito probabilmente cancerogeno dallo Iarc, ma anche l'Acrinatrina, il Clorpirifos, il Captano, il Dithianon, il Fluazinam, il Mancozeb e molti altri.

Una delibera che non rappresenta una novità ma che, al contrario, sembra inserirsi in un trend nazionale. Non bisogna andare molto indietro nel tempo per ritrovare un precedente nel Decreto del presidente della Giunta regionale Toscana pubblicato il 30 luglio 2018, n. 43/R: “E' uno scandalo – tuona l'oncologa Patrizia Gentilini dell'Isde, i medici per l'ambiente italiani – che si continui a concedere autorizzazioni di questo tipo; con la Delibera della Giunta Regionale Toscana si è autorizzato in tutta la Regione, nell’area di salvaguardia di captazioni di acque sotterranee destinate al consumo umano, l’utilizzo di ben 29 pesticidi di pessimo profilo ambientale, compreso Clorpirifos e il Glifosate e cinque addirittura nemmeno più autorizzati in Europa come l'Acrinatrina, l'Azinfos ethyl, l'Azinfos methyl, il Demeton S-metile e l'Omethoate; negli ultimi tre anni - conclude la Gentilini - sono state concesse 176 deroghe a sostanze vietate tanto che il consumo di pesticidi nel nostro paese, già fra i primi in Europa, è aumentato del 7,8%”.

E se le Regioni razzolano male, non da meno è il Parlamento che continua ad approvare decreti perlomeno discutibili scatenando la protesta delle organizzazioni della società civile. E' il caso del recente Decreto emergenze che ha sollevato molte polemiche fra gli addetti ai lavori. L’obbligo di valutare gli effetti ambientali dei piani fitosanitari viene, con questo decreto, a decadere. E' quanto sostengono gli oltre duemila firmatari della lettera aperta al Parlamento che invocano l'applicazione di un principio cardine della fase di transizione: il sistema della produzione agricola, così come la gestione delle fitopatie, è ormai inscindibile da considerazioni di tipo sociale, ambientale, climatico, alimentare, sanitario, paesaggistico ed economico.

Province, regioni e governo sembrano continuare a camminare su un percorso inverso da quello indicato dai cittadini, dalle organizzazioni della società civile e dagli agricoltori biologici che non sembrano però più intenzionati a restare a guardare, pronti ad allearsi per uscire dalle trincee in cui sono stati finora rilegati. La transizione è iniziata ma la politica ancora non sembra essersene accorta.

di Manlio Masucci


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????solo tristezza....basta pesticidi!!!!

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