Babywearing, una pratica che fa bene a genitori e figli

Un numero sempre maggiore di studi dimostra come il "babywearing", cioè il saper portare il bambino nella fascia, possa essere un valido strumento che regala benefici a genitori e figli. Facciamo il punto della situazione sugli studi esistenti e sui nuovi dati che confermano i benefici di questa pratica.

24 Aprile 2018

Portare in fascia i bimbi, partica conosciuta anche come babywearing, è un’abitudine antica, che già l’uomo del paleolitico attuava. Si tratta di un comportamento tipico dei mammiferi (1), che si prendono cura del proprio cucciolo "portandolo addosso". Come hanno evidenziato gli studi scientifici nell’ambito dell’etologia, biologia comportamentale, il portare è una pratica fisiologica che reca benefici ai bambini e ai genitori.

“Il portare - spiega Antonella Gennatiempo, laureata in psicologia, formatrice, facilitatrice in percorsi al femminile e fondatrice della Scuola del Portare-Italian Babywearing School® - è tra le altre cose, un importante strumento pedagogico: un modo di accompagnare il bebè dentro le esperienze, favorendone l’interazione con il mondo che lo circonda nell’abbraccio sicuro e gentile del genitore. È un essere con il bimbo nel mondo senza metterlo al centro del mondo; il babywearing diventa una pratica educativa e di accudimento, con effetti benefici sullo sviluppo psicofisico del neonato e sulla relazione genitore-bambino. Quello che avviene per me con questa pratica ha una valenza psico-pedagogica: è una “ri-educazione al contatto", per sé e per i propri cuccioli e per il mondo, in un mondo in cui si ha paura di germi, di abbracciare e di stare troppo vicini".

Le prime esperienze di contatto del neonato influenzano fortemente il suo rapporto emozionale con il mondo circostante, la sua “fiducia nella bontà del mondo”. Il babywearing permette di rispondere al bisogno d'amore del bambino, implica empatia e fa sì che il bebè si senta accettato e sicuro.

Ad oggi, due terzi dell’umanità porta i propri bimbi, nei paesi cosiddetti sviluppati la cultura del portare è stata riscoperta solo recentemente. E’ Antonella Gennatiempo a fare una ricostruzione storica, e a spiegare come questa pratica sia stata in passato a poco a poco abbandonata in Occidente. “La perdita della cultura del tenere a sé o con sé i propri bimbi o del tenere in contatto i propri bimbi - spiega la dottoressa - è legata moltissimo al cambiamento storico e a tutta una serie di eventi sincronici storico, politici e sociali, che iniziano in particolare con la seconda guerra mondiale e con l’industrializzazione, quando si comincia a osservare uno stravolgimento dei sistemi familiari ed educativi. Con l’avvento dei sistemi totalitaristici, gli uomini partono per la grande guerra e le donne devono “rimboccarsi le maniche”, iniziano così a lavorare nella fabbriche e i nuclei familiari “allargati” (che vivevano in campagna) diventano diade e triade spostandosi in città. Sono epoche in cui si attiva il movimento femminista e le donne iniziano a lottare per i loro diritti emergendo anche in ambiti che fino a non molto tempo prima erano per loro inaccessibili". Ma in tutto questo, non si ha a chi lasciare i bimbi e nascono le prime case dei bambini Montessoriane con personale addetto al prendersi cura dei bimbi, continua Antonella.

«In contemporanea, la TV diventa un bene comune e diffuso, si diffonde la cultura di massa con i libri e i vari specialisti, ma si inizia anche a sperimentare la solitudine con le famiglie sempre più "chiuse dentro" le loro case, sempre meno numerose e non più "allargate". La donna, in primis, entra in questo dualismo tra sentire /pancia e pensare/mente. Confusa e smarrita si affida ai vari dottori o specialisti».

Dottoressa Gennatiempo come si sta ritornando alla cultura del portare?

Si sta ritornando a questa pratica perché, secondo il mio sentire, le mamme in primis e piano piano i papà stanno andando forse verso un’integrazione. Ma andiamo con ordine sulla storia del Babywearing. Nel 1972, Erika Hoffmann – siamo in Germania - partorisce due gemelle, tira fuori dal suo cassetto un telo, un Rebozo messicano preso durante un viaggi, e porta “per necessità”, a turno una delle due gemelle. Da lì un giornalista la vede, la intervista e la fotografa, e molte mamme vedendola sul giornale restano colpite, chiedono di avere un telo così. Il cuore vibra e inizia a risvegliarsi: la nostra memoria cellulare di mammiferi portati attivi. Da quest’articolo nasce la Didymos, una marca di fasce, e in Europa si ricomincia a diffondere il Babywearing. Questa è la parte ormai nota ma in realtà non finisce qua. Una decina d’anni dopo, era il 1981, dopo l’invenzione del primo supporto occidentale, ovvero la fascia lunga (Tragetuch), nelle Hawaii, a Honolulu, venne inventato un altro supporto destinato a una grande celebrità: la ring sling. In questo caso, fu un uomo e padre, Rayner Garner, che su ispirazione del libro di Jean Liedloff, “Il concetto del continuum”,(2) sperimentò, insieme con sua moglie e la figlia, diversi tipi di supporti da lui stesso prodotti, prima di arrivare al prodotto finale. Tale supporto veniva intercettato e acquistato come brevetto da William Sears, padre dell’Attachment Parenting e ideatore del termine babywearing nel 1987. Gli chiese e ottenne la licenza per produrre e vendere il suo modello, e iniziò a commercializzarlo. A seguire, in questi ultima anni, con l’avvento dei social, in tutto il mondo, il babywearing si è diffuso ancora più rapidamente.

Il "portare" può essere inteso come uno “strumento terapeutico”?

In oltre dieci anni di lavoro con le mamme e i bambini, quello che ho potuto constatare è che il babywearing è uno strumento di grande valore che aiuta moltissimo le neomamme, soprattutto quando c’è stato un parto troppo medicalizzato o un taglio cesareo. Molto spesso mamme mi hanno detto “ogni volta che tiro fuori il mio piccolo e come riappropriarmi dal mio parto! Del mio tempo e spazio in cui nessuno entra”. In questa accoglienza e ascolto rispettoso, la scuola del portare si differenzia per la sua accoglienza e preparazione anche nell’accogliere, ascoltare senza giudizio e con valore. Con gli incontri successivi nel percorso portato, la mamma ci condivide di sentirsi maggiormente connesse con il proprio sentire, in un momento particolare della vita nel quale si è troppo spesso esposte a pareri e opinioni non richieste delle altre persone. Si crea un nuovo modello di accudimento anche se si viene fuori da altro. Scelte genitoriali. E questo ha effetti sorprendenti sugli stili di attaccamento dei bimbi: vediamo molto spesso bimbi che poi portano le proprie bambole o i propri peluche, testimoniando l’imprinting. Cambia la memoria è risvegliata sempre più e inizia a manifestarsi, una nuova modalità di cura e accudimento a contatto. La fascia oltre a essere uno strumento d’amore, può avere un peso anche sugli aspetti "abilitativi" nei casi in cui vi siano delle problematiche di natura ortopedica (plagiocefalie, torcicolli, displasie, piede torto, ecc) e nei casi più neurologici come i nati pre-termine o nelle alterazione del tono muscolare. Da qui nasce il progetto "babywearing nei bisogni speciali" con un Osteopata pediatrico il dott. Guido Viola e la neuropsicomotricista Giorgia Amicizia che insieme a noi del polo didattico hanno adattato alcune legature con lo scopo di renderle sia contatto, sia relazione e anche "terapia".

Dottor  Guido Viola, come può essere il portare uno strumento terapeutico?

Dirlo con poche parole è difficile per un osteopata che crede, consiglia e si confronta ogni giorno con famiglie e neonati, perché il portare è tanto sia per il bambino che per il genitore.  E' terapeutico perché il contatto, il contenimento e l’accudimento portano con sé, sia da un punto di vista neuro-evolutivo che di maturazione cerebrale, uno sviluppo più armonico (sappiamo che il nostro sistema nervoso centrale matura dopo la nascita) e quindi sfruttando il contatto pelle-fascia possiamo informare il nostro corpo e svilupparlo attraverso la stimolazione di ormoni positivi (serotonina e dopamina) che porteranno nel tempo ad avere un bambino e un giovane adulto con un temperamento più controllato. Grazie agli ultimi studi di PNEI riusciamo a comprendere quindi l'importanza del contatto a patto che sia dolce, amorevole e sicuro e la fascia racchiude tutto ciò.

Dottoressa Gennatiempo, come Scuola del Portare-Italian Babywearing School® vi state muovendo per promuovere questa modalità. In che modo lo fate?

In più modi. In primis attraverso le rete dei nostri consulenti del portare formati sia per un accoglienza empatica e rispettosa sia per un buon babywearing da cui, come Scuola del Portare, non prescindiamo o meglio per noi l’una non esclude l’altra. Nel nostro staff abbiamo specialisti con cui continuamente lavoriamo in equipe, ci confrontiamo sulle legature e sul portare male, sugli effetti sulle anche e sulla colonna sia del portato che del portare. Aspetto che ultimamente viene troppo spesso sottovalutato dal mio punto di vista. Sempre prima di promuovere una legatura nuova la sperimentiamo e lavoriamo in staff per supervisionarla. Troppe sono le mamme che sono arrivate da noi, seguite male con “trapezi infiammati” e mal di schiena, oppure avevano manifestato un problema pregresso è non è stato tenuto presente o con bambini con “ scoliosi infantile” etc. Il buon portare e l’ascolto empatico e non giudicante per me vanno di pari passo nel approccio che ci contraddistingue da dieci anni.

Note:

  1. categoria di mammiferi introdotta Bernhard Hassenstein.
  2. Jean Liedloff , Il concetto del continuum. Ritrovare il ben-essere perduto”

di Isabella Wilczewski


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