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Giornata mondiale sull’autismo: l’educazione all’aperto

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Il 2 aprile ricorre la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, istituita dall’Onu. Vediamo come si colloca l'educazione all'aperto nell'ambito della neurodiversità

Giornata mondiale sull’autismo: l’educazione all’aperto

di Stefania Donzelli*

Dal 2007 il 2 aprile ricorre la Giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.  Nella risoluzione iniziale l’Onu si dichiarava «profondamente preoccupata per l’alta incidenza di autismo», indicando la consapevolezza come strumento per «la diagnosi precoce, nonché per ricerche e interventi appropriati». L’autismo veniva così inquadrato come un deficit individuale da identificare e correggere il prima possibile. Quasi vent’anni dopo, il quadro è cambiato notevolmente e, con esso, anche le domande che possiamo portare nei contesti di educazione all’aperto. 

Il documento ONU per la giornata del 2026 riformula i termini del discorso, ponendo al centro «l’accettazione, l’apprezzamento e l’inclusione delle persone autistiche», un cambiamento di prospettiva reso possibile dall’attivismo autistico e dall’emergere delle esperienze vissute nel dibattito pubblico. La sfida, si legge, è portare tale cambiamento in ogni ambito della vita sociale, in un momento in cui «la disinformazione e una certa retorica regressiva» rischiano di farlo arretrare.

Un simile passaggio — da una lettura centrata sul deficit a una prospettiva orientata a diritti, autodeterminazione e qualità della vita— interpella direttamente il lavoro educativo: i contesti di apprendimento che costruiamo facilitano davvero la partecipazione di bambine e bambini autistici o restano pensati per un profilo neurotipico? Su quali saperi si fondano le nostre scelte educative? Le esperienze vissute delle persone autistiche trovano ascolto oppure continuano a restare ai margini?

L’educazione all’aperto è un contesto particolarmente interessante attraverso cui guardare a questa tensione. Per molti, l’outdoor rappresenta già un ambiente inclusivo: la flessibilità dei ritmi, la varietà degli stimoli, la possibilità di muoversi e scegliere sembrano rispondere spontaneamente a un’ampia gamma di bisogni. Eppure anche qui le due tendenze coesistono: da un lato, una lettura ancora prevalentemente riabilitativa, dall’altro un’attenzione emergente alle barriere fisiche, comunicative, culturali presenti nel “fuori”. 

Come osserva Samantha Friedman, docente di psicologia applicata all’Università di Edimburgo, nella ricerca internazionale l’efficacia dei programmi outdoor è spesso misurata in base alla riduzione della “sintomatologia autistica”. In altre parole, ci si concentra sulla riduzione dei comportamenti considerati problematici più che sulla partecipazione o sul benessere. Friedman avverte inoltre che uscire fuori non basta: “Si può far danno all’aperto con la stessa facilità che al chiuso”. Un ambiente sensorialmente inadatto, una struttura troppo rigida o, al contrario, priva di punti di riferimento, una comunicazione che non riconosce le differenze reciproche sono elementi che possono rendere il “fuori” uno spazio escludente. 

Interrogare criticamente i propri contesti educativi significa dunque chiedersi non solo cosa facciamo, ma anche perché e su quali saperi ci basiamo, e a chi le nostre scelte danno davvero accesso. Sono domande da portare fuori, non solo il 2 aprile, ma ogni giorno: chi stiamo immaginando quando progettiamo uno spazio o un’esperienza? Ascoltare chi rischia di restare ai margini, a partire dalle persone autistiche stesse, è il punto di partenza.

*Stefania Donzelli è ricercatrice indipendente e formatrice specializzata in educazione all’aperto e inclusione. È coautrice, insieme a Michael James, di Scuole del bosco e autismo. Approcci e strumenti per un’educazione all’aperto rispettosa della neurodiversità (Terra Nuova Edizioni).

PER APPROFONDIRE

Scuole del bosco e autismo. Approcci e strumenti per un’educazione all’aperto rispettosa della neurodiversità

Integrare educazione all’aperto e paradigma della neurodiversità è l’obiettivo di questo libro, primo nel suo genere nel panorama italiano. Un testo che considera l’autismo come espressione della variabilità umana, spostando l’attenzione dalla correzione dei comportamenti alla comprensione dei bisogni e alla progettazione di contesti capaci di sostenere benessere e partecipazione.

Il volume mostra come i princìpi delle scuole del bosco possano creare contesti particolarmente favorevoli per le persone autistiche, senza trascurarne limiti e criticità.

Attraverso il dialogo tra ricerca, pratiche educative e le prospettive di advocates delle comunità neurodivergenti e disabili, il libro si propone come uno strumento operativo e di riflessione per chi lavora in contesti educativi all’aperto, formali e informali, e per chi è alla ricerca di approcci educativi rispettosi della neurodiversità.

Prefazione del professor Alessandro Bortolotti.

QUI il libro

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