Comunità che supporta l'agricoltura

E' possibile creare posti di lavoro in agricoltura, dignitosamente retribuiti, e capaci di soddisfare i bisogni alimentari delle famiglie dello stesso territorio?

18 Agosto 2017

In un mondo in cui “monocultura” significa “progresso” e produrre grandi quantità di cibo a discapito della qualità, è socialmente più apprezzabile di chi coltiva un ettaro di terra nel caos apparente delle consociazioni, è necessario trovare nuove strade per affermare la sovranità alimentare, la specificità locali dei prodotti e affermare il primato della qualità.

Non solo: da millenni le feste agricole, come la vendemmia, la battitura del grano, la “brucatura” delle olive, segnano il ritmo del tempo di un popolo e determinano relazioni sociali. Ancora oggi, dove queste tradizioni legate a “atti di vita” - come quello di procurarsi il proprio cibo - sono feste in cui la socialità e la collaborazione fanno da regine, rinsaldano legami sociali e il rapporto tra gli esseri umani e il creato.

Tra le tante idee propositive emerse in questi anni per combattere l'erosione della relazione diretta con la Natura e superare la limitatezza del nostro sistema lavorativo, arriva in Italia la CSA - Community Supported Agriculture, comunità che supporta l'agricoltura. Non lontano dal concetto di Gruppo di acquisto solidale, il CSA è un modello economico locale che consente a un certo numero di famiglie di ricevere direttamente a casa, o in uno spazio collettivo, verdura e frutta fresca di stagione, biologica, a km zero, attraverso un rapporto diretto tra produttori e consumatori.

Ne parliamo con Domenico Maffeo , 35 anni, che dopo essersi laureato in Architettura per la Sostenibilità, si è unito al cohousing Rio Selva da un anno ed adesso promuove il CSA nel suo territorio, il Veneto.

Ciao Domenico, grazie della disponibilità. Ci spieghi che cos'è un CSA?

In poche parole il CSA è formato da tre principali entità: il territorio, l'agricoltore, la comunità locale. I prodotti vengono coltivati nel territorio dove sorge il CSA, l'agricoltore dà continuità alla cura delle coltivazioni e la comunità garantisce l'acquisto settimanale dei prodotti e un supporto nella conduzione dei lavori agricoli. In questo modo si crea un circolo virtuoso in cui si intrecciano pian piano tanti altri fattori, come l'economia, la socialità, la tutela del territorio, ecc..

Che cosa significa per te, Domenico, fare il contadino nel 2017?

Mi sento un contadino neorurale e questo significa... "un mondo"! Un mondo di nozioni antichissime, un mondo di storia e di attualità, un mondo di popoli e continenti, un mondo di agroecologia, un mondo di impegno politico e di attivismo. Essere contadino rappresenta una concretezza senza precedenti che prende le mosse da un'onesta lettura del nostro momento storico: la coscienza esige una prassi che parta dal proprio sostentamento per costruire un futuro percorribile e un atteggiamento non-violento per la nostra parte di mondo.

Come vivi il tuo lavoro, sapendo di essere supportato da una comunità?

Rappresenta per me il vero benessere che nel processo di costruzione del bene comune restituirà al gruppo il ben-vivere.
Il rischio imprenditoriale, presente nella conduzione agricola, lascia spazio ad una situazione di maggior co-responsabilità che costruisce l'auto-mutuo-aiuto che genera sostegno, comprensione, condivisione delle conoscenze (dei saperi) e dello sforzo puramente muscolare. Ci si sente sollevati, ci si sente meno soli, si rinnova più facilmente la chiarezza interiore e intellettuale indispensabile per andare nella giusta direzione e che, purtroppo, è controcorrente. E tutto ciò è vicendevole: non solo ne beneficia l'agricoltore ma anche la comunità locale: dall'ambito educativo, alla generazione di pensiero fino all'inserimento nel mondo del lavoro contro il disagio economico che colpisce sempre di più i membri di un gruppo.

Quali altre capacità, oltre a quelle agricole, hai dovuto mettere in gioco affinché questo progetto potesse decollare?

Le capacità fondamentali, oltre a quelle agricole, sono quelle relazionali e intellettuali. Le relazioni creano e ricreano il gruppo, le persone si riconoscono come parte di una comunità allargata, sente di dare un contributo che con forza e umiltà va spiegato, proposto, sperimentato, aggiustato, intrecciato con altri percorsi locali. Solo così diventa un percorso partecipato, uno sforzo di molti a favore di tutti; altrimenti il rischio è quello di giocare un ruolo marginalizzato da "sottocoltura", ovvero un settarismo agricolo, che in realtà non parla "all'uomo della strada", non connette e riconnette, non trasforma, non evolve. Invece tutte queste caratteristiche sono fondamentali per un'azione ampia e decisiva! Le relazioni sono dunque una capacità attivatrice fondamentale. Un altro aspetto importante è l'onesta analisi intellettuale, la ricerca delle priorità e della solidarietà agli abitanti del mondo per avere una visione prospettica e uno scenario condiviso.

Quali sono gli ostacoli più grandi che hai incontrato fino ad oggi?

Gli ostacoli che si incontrano in un simile processo, chiunque sia minimamente onesto con se stesso sa che non sono fuori da sé...non sono gli altri l'ostacolo... ma l'ostacolo è dentro ognuno di noi. Questo punto di partenza ci porta a un elemento di umiltà necessario alla nostra azione, ci riporta alla necessità di un lavoro di riconnessione costante e di comunicazione ecologica. Così facendo, gli ostacoli esterni che si presenteranno faranno meno paura, sembreranno meno insormontabili, ma soprattutto ci rapporteremo a loro non frontalmente ma con la forza del pensiero laterale, che li saprà relativizzare e superare. Il processo della nascente CSA in Veneto è tanto giovane e non può dire di aver incontrato seri ostacoli, regna ancora l'entusiasmo del nuovo, della dinamica di avviamento che sembra funzionare, coinvolgere: ma sicuramente delle difficoltà arriveranno! La principale in vista in questo momento penso sia il peso della novità socio-economica che rappresentiamo. Di fatto le CSA in Italia rappresentano ancora un'avanguardia seppure posizionate all'interno della crescita del mercato biologico, della consapevolezza generale sulle questioni ambientali, della partecipazione a Gruppi di Acquisto Solidale o Distretti di Economia Solidale. E' appunto il rischio/ostacolo che intravedo, che “tutto cambi per non cambiare nulla” come diceva la famosa citazione del Gattopardo. Questo è il rischio, mentre sappiamo che un condiviso cambio di paradigma è necessario.

Puoi descrivere i primi passi da fare per coloro che desiderano seguire il vostro esempio?

I primi passi da fare per coloro che desiderano seguire il nostro esempio penso che siano: riconnettersi col proprio cambiamento: desiderare una soluzione, sentirla e uscire all'esterno per incontrare altre persone disponibili; non voler imporre il proprio sogno a nessuno come assoluto ma comprometterlo e costruire con gli altri un'analisi delle possibilità e uno scenario condiviso; intessere relazioni con altri gruppi e movimenti del territorio, con la disponibilità alla non-violenza e al non-attaccamento; costruire in maniera condivisa e facilitata una “missione” e definire le azioni concrete al fine di realizzare un piano per la CSA sapendo che non è né l'unica né la sola via da poter intraprendere... e nemmeno la soluzione a tutti i nostri problemi. E' una delle vie di lavoro e gratitudine per realizzare qui e ora l'ecologia integrale!

Contatti: csa.veneto@gmail.com

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di Francesca Guidotti


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