Grafologia: il linguaggio dello scarabocchio

La GRAFOLOGIA interpreta il linguaggio simbolico di ogni espressione grafica anche minima, quindi non soltanto della scrittura e del disegno, ma anche di tutta quella gestualità spontanea che molti di noi mettono in atto e ripetono più o meno distrattamente producendo quei tratti liberi, tracce imprecise o mini-disegni, che in generale prendono il nome di SCARABOCCHI.

17 Agosto 2016
Grafologia: il linguaggio dello scarabocchio

La GRAFOLOGIA interpreta il linguaggio simbolico di ogni espressione grafica anche minima, quindi non soltanto della scrittura e del disegno, ma anche di tutta quella gestualità spontanea che molti di noi mettono in atto e ripetono più o meno distrattamente producendo quei tratti liberi, tracce imprecise o mini-disegni, che in generale prendono il nome di SCARABOCCHI.

Scarabocchio: già la parola è in qualche modo evocativa. Deriva dal francese “escarbot” e significa “scarabeo”, richiamando così, visivamente, l’immagine di quello che lo scarabocchio è stato in origine: una piccola macchia d’inchiostro, un’impronta casuale lasciata dalla penna  …. magari di un illustre personaggio, come in questo caso, che si espande sulla carta.

 

Gli scarabocchi di Alessandro Manzoni

 

 

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Ma a tutti noi capita di “scarabocchiare”, di lasciar fluire la mano sul foglio svagatamente e magari involontariamente, mentre siamo soprappensiero o ascoltiamo qualcuno parlare, creando spirali, cornicette, annerimenti, ghirigori  e forme più o meno indistinte.

I “luoghi” privilegiati dello scarabocchio sembrano essere perciò le riunioni, le lezioni, le pause di riflessione e, almeno fino a qualche tempo fa, prima del cellulare,  le lunghe telefonate.

Un’indagine di una équipe di ricercatori del Reparto Scienze Cognitive dell’Università di Cambridge ha dimostrato che scarabocchiare è salutare, aiuta a concentrarsi ed a ricordare meglio i dettagli di una conversazione: pare che la memoria venga potenziata addirittura di un 30%.  E secondo alcuni psicologi lo scarabocchio è senz’altro terapeutico perché allenta la tensione, stempera l’ansia, stimola l’immaginazione, permette uno sfogo creativo allo stress.

Inoltre scarabocchiare sempre la stessa cosa sembra possedere un effetto rassicurante: il gesto ripetitivo riconduce al noto, al familiare, al consueto, e risulta per questo molto gratificante anche dal punto di vista dell’effetto visivo. Anche riempire tutto un foglio con la propria firma obbedisce spesso alla stessa dinamica: è un bisogno di autoaffermazione, di rassicurazione personale, ma può anche trasformarsi in un “gioco” scrittorio che appaga esteticamente.

Leggere i messaggi di questi “automatismi” grafici può essere molto utile, tant’è vero che sono stati ideati anche alcuni test dello scarabocchio,tra cui quello di Robert Meurisse, che consiste nel far scarabocchiare una persona (con una matita morbida e  per circa un minuto e mezzo) su di un foglio al cui centro abbia prima scritto il proprio nome, in maniera che il nome  venga così quasi a far parte dello scarabocchio stesso.

 

 I risultati di questo test sono solitamente molto interessanti, tuttavia è indispensabile ricordare che lo scarabocchio parla un linguaggio complesso, difficile, affascinante ma ambiguo, che non obbedisce alla logica, ma somiglia piuttosto al linguaggio onirico  e, proprio come nel sogno,  risente fortemente della situazione che si sta vivendo al momento.

Non sarebbe quindi corretto sostenere che attraverso l’osservazione dello scarabocchio noi descriveremo la persona nella sua globalità, ma sicuramente potremo cogliere il messaggio profondo ed autentico di uno stato d’animo che si esprime in forma simbolica.

Naturalmente gli scarabocchi sono di tanti tipi, ma per comodità si possono riassumere in: scarabocchi astratti, che comprendono le figure geometriche tracciate abitualmente  dalle persone razionali, pratiche ed organizzate, oppure nei momenti in cui tutti sentiamo il bisogno di fare chiarezza dentro e fuori di noi (degli scarabocchi astratti fanno però parte anche i cerchi, i quadrati, le spirali, i labirinti … forme simboliche dal fortissimo potere evocativo) ;scarabocchi decorativi (come le classiche “cornicette”) delle persone ordinate e un po’ perfezioniste, dotate di senso estetico e, talvolta, di un certo garbo formale; scarabocchi detti di riempimento, ossia tutti quei “ripassi” e tratti di penna vagamente compulsivi, quegli “annerimenti” caratteristici dei momenti d’ansia (o di noia!) ;  ed infine scarabocchi figurativi, che riproducono oggetti precisi, simboli, persone, animali …  veri e propri piccoli disegni che appartengono alle persone più introspettive ed immaginative.

In senso generale possiamo dire che gli scarabocchi astratti rispondono allo spazio del mentale, mentre le forme figurative si rifanno alla sfera del concreto: ad esempio la casa (che è uno dei simboli più diffusi e ripetuti) evoca il bisogno di protezione, di tranquillità, di basi stabili e sicure.

Tra le forme figurative in particolare persone e animali esprimono l’affettività e la vita di relazione : disegnare occhi, bocche, visi, manifesta il piacere di comunicare, di entrare in contatto, forse anche di sedurre.

La figura umana, se del proprio sesso, si collega al desiderio di migliorare se stessi, la propria immagine.

Tra le figure di animali, tutte dal contenuto emotivo molto forte, il cavallo, intenso e passionale, ha un’esplicita valenza erotica, mentre il serpente, avvolgente e manipolatore  è legato alla sessualità.

 

 

 

 

L’interpretazione dello scarabocchio si basa su criteri semplici ed immediatamente leggibili.

Innanzi tutto la collocazione sul foglio (simbolicamente l’ambiente in cui ci troviamo, viviamo e ci muoviamo) e la modalità personale di occupazione dello spazio: tutti noi, scrivendo o disegnando, rispondiamo a quattro direzioni universali, che sono l’alto (il pensiero, la spiritualità),  il basso (la concretezza, la realtà materiale, le pulsioni), la destra (il futuro, l’incontro con l’Altro, il maschile), e la sinistra (il passato, le origini, la madre, il femminile), quattro vettori il cui valore archetipico è riassunto nello schema del SIMBOLISMO DEL CAMPO GRAFICO del grande grafologo svizzero Max Pulver, tuttora fondamentale per l’analisi della scrittura e del disegno.

Successivamente le modalità grafiche di base con cui lo scarabocchio è tracciato, ossia le forme scrittorie più semplici, come la curva, l’angolo, il punto, il cerchio, la croce…

Infine, importantissimo, l’appoggio più o meno marcato della mano sul foglio : la pressione corrisponde all’energia vitale di ciascuno di noi, alla gestione della nostra  “libido”, per cui un tratto affermato, forte ed incisivo esprime volontà e determinazione, mentre un tracciato leggero, delicato e sottile evoca tutte le sfumature della sensibilità.

Lo scarabocchio grande, che occupa tutto il foglio-ambiente, è dell’estroverso che ama mostrarsi, attirare l’attenzione, essere protagonista del suo mondo.

Se l’andamento è curvilineo c’è anche capacità di adattamento, disponibilità, flessibilità; se viceversa è angoloso il temperamento è deciso, energico, talvolta imperioso, spesso anche aggressivo.

I cerchi sono per eccellenza le immagini della compiutezza e della perfezione, e si ricollegano all’espressione del femminile; ma se si ripetono e si addossano segnalano l’esigenza di proteggersi, di racchiudersi, di isolarsi.

I quadrati hanno una duplice valenza: positiva come richiamo alla stabilità e alla solidità, negativa come barriera, muro difensivo. Se poi all’interno vengono disegnate dellecrocisi ha l’idea della prigione, quindi si esprime il senso di costrizione che si prova in un ambiente che non ci permette di realizzarci.

Si scarabocchiano spirali quando si ha bisogno di prendere tempo, ma se diventano matasse aggrovigliate allora c’è stanchezza, confusione, necessità di uscire da una storia poco chiara : lo stesso vale per i labirinti, che simboleggiano la ricerca di una via di fuga da una situazione di stallo… e così via, in quello sconfinato mondo espressivo che lo scarabocchio racconta con il suo straordinario e ricchissimo linguaggio.

di Marisa Paschero

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