L'orto di "Terra condivisa" dove si "coltiva" anche l'integrazione

L’orto di Terra Condivisa è rigoglioso di piantine di insalata, zucchine e tante altre verdure. "Terra condivisa" è un progetto che punta all'inclusione, attraverso il contatto con la terra, delle persone fragili, soprattutto migranti richiedenti asilo ma anche disoccupati. Ve lo raccontiamo.

30 Agosto 2019

L’orto di Terra Condivisa è rigoglioso di piantine di insalata, zucchine e tante altre verdure. "Terra condivisa" è un progetto che punta all'inclusione, attraverso il contatto con la terra, delle persone fragili, soprattutto migranti richiedenti asilo ma anche disoccupati. Ve lo raccontiamo.

Gli ospiti di questo progetto della Caritas di Faenza si prendono cura di ciò che coltivano, si confrontano tra loro, salutano i vicini agricoltori che passano. Le biciclette, con cui sono arrivati e con cui ripartiranno, aspettano posteggiate sulla siepe.

Terra Condivisa è un progetto pluriennale destinato a persone in situazione di fragilità: non solo richiedenti asilo, ma anche persone disoccupate che chiedono aiuto e sostegno ai servizi sociali o alla Caritas” racconta Alice Spada, operatrice dell’associazione Farsi Prossimo , che sta seguendo il progetto da circa un anno: «Grazie ai fondi dell’8 per mille, abbiamo preso in affitto un ettaro di terreno, più un “bosco” piantumato a cachi. Ci piace l’idea dell’ orto solidale, perché permette l’inserimento di queste persone nel tessuto produttivo locale (caratterizzato da un’elevata presenza di piccole aziende agricole) ma al contempo è utile per  insegnare una forma di autoconsumo, un sostegno concreto al progetto di vita di chi non è in accoglienza e deve quindi fronteggiare spese di vitto, alloggio, eccetera».

Il podere, che si trova in zona Castel Raniero, sulle prime colline di Faenza, produce frutta e verdura a km zero, con metodi biologici (è in conversione). Per ora i prodotti vengono venduti a piccoli negozianti e ristoranti locali, ma c’è l’idea di estendere l’offerta ai gruppi di acquisto solidali, o a tutti coloro che vorranno ordinare la loro cassetta on line. “Non abbiamo ancora la struttura organizzativa per poter personalizzare le quantità.” Continua Alice: “Ma ci stiamo lavorando. Abbiamo comunque una newsletter (per contatti e info anche: terracondivisa@farsiprossimofaenza.org) e periodicamente vendiamo i prodotti anche direttamente”.

I vicini agricoltori danno una mano: c’è Silvano, che va spesso a dare consigli ai ragazzi, e due o tre volte alla settimana compra prodotti che poi rivende nella sua bancarella. C’è Pietro Bandini, detto Quinzan, che ha seguito il progetto fin dalla nascita: “Ho aiutato fin dall’inizio, quando si doveva trovare il podere e trattare per l’affitto della terra. Durante l'inverno poi i richiedenti asilo hanno frequentato un corso di avvicinamento all'agricoltura, io li ho seguiti nella parte relativa alla potatura.”

“Per ora nella ‘Terra Condivisa’ lavorano 7 ragazzi, tutti richiedenti asilo, tutti da nazionalità diverse.” racconta Serge, educatore e mediatore culturale che segue i ragazzi sul campo. Serge viene dal Camerun, ha 47 anni, una laurea in Scienze Politiche, 4 lingue, tanti viaggi alle spalle, e la volontà di aiutare chi sta attraversando momenti difficili. “Questi ragazzi hanno alle spalle storie terribili. Qui imparano un lavoro, ad essere responsabili , ma anche ad aver fiducia l’uno con l’altro; finiamo il lavoro alle 13 e mangiamo tutti assieme. Prima ognuno andava per i fatti suoi e non mi piaceva, mi sembrava triste. Allora ho portato un tavolino, un divano, delle sedie, un fornello e a turno ognuno prepara qualcosa, poi, finito il lavoro, mangiamo tutti assieme. Questo è importante per condividere i problemi. Per conoscerci e trovare assieme una soluzione. Li sprono anche a leggere, a studiare, ad imparare bene l’italiano, anche se purtroppo non è facile soprattutto ora che è finita l’accoglienza e debbono arrangiarsi”.

Alla fine del giugno scorso però tutti i richiedenti asilo che erano accolti in varie strutture del territorio faentino sono stati trasferiti in altre strutture, al di fuori di Faenza. “I Cas, centri di accoglienza straordinaria, erano in questo territorio gestiti con un livello molto buono, simile allo Sprar” spiega Massimo Caroli, presidente dell’Asp, l’ente che gestiva l’accoglienza dei richiedenti asilo, fino a giugno 2019: “L’accoglienza dei richiedenti, così come era condotta da noi, prevedeva scuola di italiano, integrazione, orientamento, tirocini. Il nuovo bando non prevede nessun tipo di queste attività, noi non lo riteniamo giusto né sostenibile, così non abbiamo partecipato. A giugno sono iniziati i trasferimenti in altre strutture più grandi, dove a questi uomini e donne viene dato solo vitto e alloggio. Molti di loro che avevano iniziato tirocini, lavoretti, si son trovati a scegliere. Abbandonare il progetto di integrazione o abbandonare l’accoglienza? Ma abbandonare l’accoglienza, per un richiedente asilo, può essere rischioso. Quando scade il permesso di soggiorno temporaneo si rischia di cadere nella clandestinità.”

Anche i ragazzi che lavorano nell’orto di Terra Condivisa si sono trovati davanti questo dilemma e tutti loro hanno scelto di rimanere a lavorare nell’orto, arrangiandosi come potevano per gli alloggi. Soltanto un giovane pakistano, trasferito a circa 30 km di distanza, continua tutte le mattine a fare la spola in treno e bicicletta.

Una situazione di precarietà che accomuna tanti migranti, uomini e donne, e anche tanti operatori italiani, che si sono trovati senza lavoro. Ma qui nell’orto, di semi e di speranze se ne stanno coltivando tanti, ogni giorno, da operose e resilienti giovani mani. Per una Terra condivisa.

di Linda Maggiori


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