Chi produce il cibo che mangiamo?

Come potrebbe funzionare il futuro sistema di produzione del cibo, che oggi rappresenta, insieme a quello della distribuzione alimentare, uno dei settori lavorativi più fragili e impattanti.

14 Ottobre 2019
Chi produce il cibo che mangiamo? Industria alimentare

Oggi produzione e distribuzione alimentare rappresentano uno dei settori al tempo stesso più fragili e impattanti. Gli allevamenti di carne sono responsabili del 15% delle emissioni climalteranti, mentre l’agricoltura soffre di limiti strutturali ed è esposta a fattori esterni come i cambiamenti climatici e l’esaurimento di risorse chiave come i fosfati.

Come potrebbe funzionare il sistema futuro di produzione del cibo?
In tempi di scarsità energetica, probabilmente avrà dimensioni più locali e dovrà fare a meno dell’utilizzo massiccio dei fertilizzanti. Questo cambierà di molto anche i tipi di lavoro ad essa collegati. Se limitiamo il campo all’agricoltura, osserviamo l’emergere di modelli comunitari come le Community supported agriculture (Csa) o i Gruppi d’acquisto terreni (Gat). Entrambi sono sistemi in cui un’ampia fetta di comunità decide di assumersi la responsabilità della produzione alimentare.

Una Csa è una cooperativa di agricoltori e cittadini che gestisce un terreno, finanzia le spese di coltivazione e usufruisce del raccolto, mentre un Gat è un sistema in cui varie persone mettono a disposizione un capitale per acquistare un terreno e avviare un’azienda agricola e delegano una o più persona alla gestione della stessa.

Cosa serve per partire?

Se volete creare una Csa, sappiate che è un percorso piuttosto lungo e necessita di un gruppo di partenza sufficientemente ampio. Un buon modo per iniziare è contattare chi lo ha già fatto: in Italia la prima esperienza è Arvaia, a Bologna (www.arvaia.it ). In fase di progettazione è utile dedicare un po’ di tempo per stabilire i modi in cui prendere le decisioni, eventualmente coinvolgendo uno o più facilitatori. Meglio adottare modelli di governance dinamica e collaborativa come la Sociocrazia 3.0.

Gli stessi accorgimenti sono validi anche se si vuole avviare un Gat. In questo caso Emanuele Carissimi del Gat di Scansano è la persona che fa per voi, trovate i suoi riferimenti su www.gatscansano.it .

È importante notare che sia il Gat che la Csa sono attività impegnative, da intraprendere se si ha già un po’ di pratica nella coltivazione della terra. Se foste alle prime esperienze meglio testare le proprie capacità e il proprio interesse affittando un piccolo appezzamento.

Modelli come questi sono innovativi e rivoluzionari. Tuttavia nella situazione attuale non è realistico pensare di sfamare 8 miliardi di persone esclusivamente con un’agricoltura di piccola scala. Per questo in tutto il mondo si stanno sperimentando modi per rendere l’agricoltura più efficiente senza impoverire i suoli. Un campo di sperimentazione interessante è rappresentato dall’agricoltura di precisione.
Si tratta di un approccio tecnologicamente avanzato che utilizza un monitoraggio continuo delle prestazioni delle colture per ottimizzarne la gestione, attraverso l’utilizzo di tecnologia Iot (Internet of things). L’agricoltura di precisione sembra in grado di ridurre drasticamente l’utilizzo di acqua e di focalizzare gli interventi umani solo dove servono. È realistico pensare che nel prossimo futuro sempre più aziende (soprattutto mediograndi) implementeranno sistemi di questo genere e di conseguenza saranno richieste aziende e figure specializzate capaci di progettarli e gestirli. In questo caso il consiglio è formarsi adeguatamente seguendo un master o un corso di specializzazione.

Gli scarti: una risorsa

Infine, se allarghiamo brevemente il campo ai prodotti lavorati, si aprono tante opportunità lavorative «rovistando» fra gli scarti di lavorazione delle filiere alimentari. Come insegna l’esempio delle imprese pionieristiche di Daniela Ducato (www.edilana.com ), la lavorazione del cibo produce molti scarti che rappresentano dei rifiuti speciali (quindi un costo) per i produttori, ma restano ottime materie prime per realizzare altri prodotti. Perché quindi non analizzare quali sono gli scarti di lavorazione delle aziende della propria zona, studiare le proprietà dei materiali e immaginarne un nuovo utilizzo?1 Molte start up di economia circolare sono nate così.

Ovviamente quelli citati fin qui sono solo alcuni esempi fra le tante possibilità che questo settore offrirà a livello lavorativo nel prossimo futuro.

Note
1. Questo ovviamente vale per l’industria in generale, non solo per la filiera della lavorazione dei prodotti alimentari.

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Articolo tratto dalla rubrica Lavori verdi. Le professioni per un futuro ecosostenibile

Leggi la rubrica sul mensile Terra Nuova Ottobre 2019

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di Andrea Degl’Innocenti


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