Gestire gli attacchi di panico con il cibo

Come affrontare un disturbo sempre più frequente seguendo specifici consigli alimentari.

11 Maggio 2017
Gestire gli attacchi di panico con il cibo

La paura non è di per sé negativa: si tratta di un’emozione naturale e fisiologica, che aiuta l’uomo ad evitare il pericolo. Tuttavia quando è ingiustificata, eccessiva o dura troppo a lungo può diventare una patologia e arrivare a rendere molto difficile la vita di tutti i giorni: è il caso dell’attacco di panico, un disturbo che colpisce dal 2 al 4% della popolazione adulta, di cui il 70% donne.

Le cause possono essere diverse, ma in tutti i casi centrale è il ruolo dell’alimentazione, che può creare «terreno fertile» oppure aiutare a «disinnescare la bomba»: vediamo come funziona questo meccanismo.

 

Un’adrenalina ingiustificata

Gli attacchi di panico sono improvvisi e spesso, almeno in apparenza, non sembrano scatenati da alcunché. Durano meno di mezz’ora, di solito dai due agli otto minuti. Le persone che ne soffrono riferiscono di aver paura di morire, di impazzire o di perdere il controllo delle proprie emozioni e del proprio comportamento.

La paura che l’attacco di panico si ripeta generalmente provoca un forte bisogno di evitare i luoghi in cui si può scatenare, per cui questo disturbo non solo blocca la persona nel momento in cui culmina la crisi ma anche successivamente, nella vita di tutti i giorni.

Tra i sintomi più comuni: tremore, iperventilazione, aumento della frequenza cardiaca, dolori al petto, sudorazione, nausea, vertigini; questi sono causati dal rilascio di adrenalina, normalmente prodotta in condizioni di pericolo per poter attuare la risposta di «attacco o fuga» utile per la sopravvivenza.

In assenza di un pericolo reale, così come accade negli attacchi di panico, l’iperventilazione abbassa i livelli di anidride carbonica nei polmoni e nel sangue, di cui si modifica anche il pH producendo a sua volta gli altri sintomi: formicolio, intorpidimento, vertigini e senso di stordimento.

 

Le possibili cause

Spesso i primi attacchi sono scatenati da una malattia fisica, uno stress severo o alcuni farmaci. Sembra comunque che vi sia anche una predisposizione genetica e a livello psicologico un tipo di personalità debole, con una tendenza alla dipendenza dagli altri. Quando la realtà diventa troppo distante o addirittura in opposizione al proprio desiderio profondo e autentico che non può essere raggiunto, si scatena la crisi; il vero pericolo è dunque vissuto nell’interiorità, dove spesso sta nascosto.

Studi su animali ed esseri umani hanno consentito di localizzare le aree specifiche del cervello coinvolte nel disturbo di panico. La paura, importante per evitare un pericolo e che per questo si innesca senza bisogno di un pensiero cosciente, è un tipo di risposta coordinata da una struttura molto piccola del cervello: l’amigdala.

 

Rischi dell’ipoglicemia

Secondo alcuni studi, anche l’ipoglicemia può causare attacchi di panico. Questo accade quando i recettori dell’insulina non rispondono in modo appropriato a quest’ultima, interferendo con il trasporto del glucosio attraverso le membrane cellulari. Essendo il glucosio, l’unica fonte di energia del cervello, quando si verifica una caduta improvvisa della glicemia viene inviato un segnale di allarme ai surreni per produrre adrenalina, che fa innalzare il livello di zuccheri nel sangue convertendo il glicogeno in glucosio. Ma essendo l’ormone della paura e del panico, l’adrenalina può essere anche causa scatenante di tali comportamenti.

 

Disinnescare la bomba

Da quanto detto finora si possono trarre interessanti consigli sul piano alimentare, utili per disinnescare la «bomba» che prima o dopo potrebbe scoppiare. Innanzitutto occorre intraprendere un’alimentazione che assicuri un livello di glicemia costante nel tempo.

Il consumo di cereali integrali, grazie alla presenza della fibra, assicura questo equilibrio, dunque è importante sostituire pane e pasta bianca; allo stesso modo bisogna evitare accuratamente tutti i carboidrati raffinati, lo zucchero bianco, i dolcificanti sintetici e i succhi di frutta, da sostituire con zucchero di canna grezzo o miele in piccole quantità, meglio ancora con malto di riso, orzo o mais. Inoltre è consigliabile consumare:

• lievito di birra, in quanto contiene cromo, zinco, selenio, vitamine B;

• lecitina di soia, coadiuvante delle funzioni epatiche;

• succo di ribes nero, contenente vitamina C che normalizza le funzioni dei surreni;

• semi oleosi, per il contenuto in Zinco e olio di germe di grano in cui è presente la vitamina E.

È importante poi un buon apporto di magnesio, che fortifica il sistema nervoso e fornisce un sostegno importante nelle situazioni di stress. Il magnesio si trova principalmente nelle verdure verdi fresche, essendo un elemento essenziale della clorofilla, e poi nei semi oleosi, soia, tofu, fagioli di Spagna, albicocche, fichi. Gli alimenti stimolanti aumentano il rilascio di adrenalina: vanno dunque accuratamente eliminati caffè, tè, cioccolato, Coca Cola ecc. Anche la carne rilascia adrenalina, soprattutto le carni rosse e la carne di maiale, così come gli insaccati.

Molto meglio le proteine del pesce e quelle vegetali contenute nei legumi, nei cereali integrali, nella soia (tofu e tempeh) e nel seitan (proteine del grano). Inoltre, secondo la medicina tradizionale cinese la paura è correlata ai Reni e se questi sono in squilibrio si è più tendenti verso questo tipo di emozione. I Reni possono essere sostenuti con il consumo di fagioli, in particolare gli azuki, con un piccolo ma frequente apporto di alghe, sesamo, castagne e verdure molto scure come il cavolo nero, ricchissimo di minerali.

 

Evitare il «cibo della dipendenza»

Passando agli aspetti simbolici del cibo, l’alimento che da questo punto di vista sarebbe totalmente da evitare è il latte vaccino con i suoi derivati. Si è visto che chi è più soggetto a questo tipo di problematica ha una personalità debole e tendente alla dipendenza.

Il consumo di latte, simbolo della madre, porta questo tipo di persone a interiorizzare il simbolo di una «stampella », di una madre che provveda ai suoi bisogni, indebolendo l’io. Staccarsi da questo alimento, scelta durissima per alcuni, è decidere di provare una nuova autonomia, è scegliere di non nutrirsi del cibo della dipendenza.

È possibile quindi, attraverso delle semplici scelte alimentari quotidiane, togliere terreno al «nemico», che potrà essere fronteggiato abbinando anche rimedi naturali e tecniche terapeutiche di vario genere: oli essenziali, essenze floreali, rimedi fitoterapici, trattamenti di agopuntura o cromopuntura, tecniche reflessologiche, di rilassamento e di respirazione ecc. con cui si possa arrivare anche ad affrontare la problematica profonda: il tema di vita del singolo individuo.

 

Note

Catia Trevisani è medico e direttore della Scuola italiana di medicina olistica (Simo).

 

Articolo tratto dal numero di gennaio 2008 di Terra Nuova

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di Catia Trevisani


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